Tamara de Lempicka

Tamara de Lempicka
Milano, Palazzo Reale
5 ottobre 2006 - 14 gennaio 2007

tamara de lempicka


Axxidenti ! Se avessi portato la tessera Feltrinelli come ho consigliato a tutti ora avrei lo sconto sul biglietto e invece… che testa!

Vabbè entriamo lo stesso, sono solo 9 euro in fondo.
L’entrata, sulla destra dell’arco di palazzo Reale, è completamente tappezzata di pannelli grigio perla ( eleganza minimalista che accompagnerà l’itinerario dell’intera mostra) dove giganteggia l’artista con i suoi boccoli laccati d’oro, gli occhi grandi e penetranti, le pose da diva, qualche citazione riportata qua e là, .. .. si respira subito, grazie ad esse, un’atmosfera magica, irreale, lontanissima per noi figli del 2000. Il senso di solitudine e di inquietudine mi prende nel momento stesso in cui supero il primo ingresso: mi aspetto di essere avvolta dai colori luminosi ( nessuna fotografia può rendere) delle opere e invece: un bar dai toni cupi ma così eleganti, il fascino gelido della macchina da caffè anni ‘30 , il bancone bombato come i migliori mobili in Art D’eco..ecco ora sono sola in quel mondo di follie ed estremismi, mi sto lasciando alle spalle il cielo azzurro e un tiepido torpore, la luce che illumina il Duomo bianco e rosa di marmi e di sole. .. Con un salto nel tempo sono negli anni di Tamara.
E’ l’inquietudine dell’artista che mi avvolge? La Sua solitudine , il Suo essere “glamour”, i fasti ed i successi che già mi prendono dentro o sono io con le mie paure e le mie gioie, i miei timori e le mie conquiste che velocemente aderisco , mi rivedo e mi proietto in lei? E’ questo il legame che l’arte in tutte le sue forme genera tra persone di lontane epoche, diverse storie, differenti vite? E’ attraverso questo legame che si riconosce l’opera d’arte nel lavoro di un estraneo ? E’ con la famigliarità delle emozioni che l’artista lega a sé uomini futuri che mai conoscerà facendoli vibrare davanti ad una sua pennellata?
Non vedo ancora i quadri, il corridoio è ampio, ho scelto un orario dove non dover incrociare altri essere umani, o il meno possibile. Il percorso è illuminato da una luce fioca, ovattata, le pareti sfumano dal nero al bianco , come in un fotogramma di un film di Chaplin; supero il guardaroba e mi ritrovo in una stanza quadrata, pochissimi seduti davanti ad un pannello dove proiettano le immagini in bianco e nero, i “salti” della pellicola, a tratti muta, poi musicata .. la rivoluzione russa che colse Tamara, nello splendore di San Pietroburgo.
I primi filmini con modelle dalle forme ancora vicine alle donne comuni, quasi brutte rispetto alle splendide adolescenti di oggi. Le primissime immagini di vizi e virtù ancora nascosti, l’ epoca fatta di perle, cappellini à la cloche, lussi sfrenati, di drappeggi e velluti e povertà inimmaginabili negli occhi degli emigranti, sorrisi superficiali e occhi torvi di rabbia per ore passate nelle fabbriche per pochi soldi, e ancora carrozze che gareggiano con le primissime auto nere sulle strade di New York , stile “C’era una volta in America…” . Su un lato le immagini e le didascalie raccontano brevemente la vita di una donna , la crescita , gli amori, e la prima immagine di una ragazzina in crinoline bianche e fiocchettoni di inizio secolo si avvicina sempre più mostrandoci Tamara negli anni ’40 - ’60, segnata dalla vita ma abbastanza fortunata da godere dei successi della sua arte. Alla fine non è poi così dispersa nella storia Tamara: gli orecchini a cerchio enormi, la capigliatura cotonata, la morte, negli anni ‘80 la rendono più affine, più comprensibile, come una mamma, o una sorella colta in qualche foto di gioventù…..
Nella sala successiva lo store dove campeggiano le stampe, i cataloghi,… la tentazione di prendere un sussidiario o almeno le cuffie per seguire meglio la mostra mi assale solo un attimo. Tamara è istintiva, caparbia, estrema, è da vivere col cuore e allora andiamo oltre, niente libri, niente teorie , l’addetta mi strappa il biglietto e finalmente l’ingresso, ci siamo, intravedo sulle pareti monocolore un rosso violento, un caldo arancione, un blu cobalto sapientemente accorpati….…
L’ accesso ad ogni sala è annunciata da una gigantografia o da una citazione dell’artista, che introduce delicatamente alle opere ivi contenute: le primissime tele dove ancora si intravede il tentativo di stilizzare non ancora riuscito (all’interno dello stesso volto il nasino e la bocca di una bimba sono quasi reali mentre il disegno degli occhi incomincia a diventa ermetico, senza dettagli …. presto arriveranno i capelli a truciolo, metallici come un’epoca in cui l’industria comincia a spadroneggiare sull’uomo). Poi un’altra sala preannunciata da un vaso in Art Dèco , bianco, trasparente, pulito , solitario , ricco di calle bianche, una sua opera la cui eleganza è immediatamente ammirabile nella stanza successiva. Ancora nuove tele : le lacrime di un soggetto sono quasi tridimensionali e il tessuto di una maternità sembra uscire dal quadro. La ricerca dei chiaroscuri, dei volumi, dei giochi di colore, poi un’altra stanza , il successo, le critiche e le lusinghe dei giornalisti che si ritrovano nelle opere perfette risultato della maturazione piena dell’artista.. Poi gli occhi tristi di Tamara per un abbandono che la ferì profondamente, e il conseguente delirio, la difficoltà di creare e quindi i disegni sono accennati, spesso non finiti, abbozzati in matita , frettolosi ma eleganti (come l’epistolario scambiato con il Vate del Vittoriale): la mostra miscela sapientemente ( bravi gli organizzatori) la vita di Tamara, i suoi incontri, l’arredamento della casa, lo stile di un’epoca con le opere che ne sono meravigliosa testimonianza: grazie a questo allestimento ritorno in Piazza Duomo con la sensazione di non aver visto solo una mostra di quadri; esco da quelle pareti dopo un tempo relativamente breve ma con l’impressione di aver attraversato un’epoca , di aver provato quei divani, azzimata a festa di collane a tre file e collo di pelliccia. Negli occhi i colori e la bravura delle tele di Tamara De Lempicka.
Dalia

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