The Beatles - White Album 1968

beatles-white-albumDa dove partiamo? Dal fatto arcinoto che la musica, tutta, degli ultimi quarant’anni, da Battisti ad Alanis Morrissette, passando per Ennio Morricone fino a Robbie Williams gli deve molto, anzi è nata proprio dalle menti e dalle dita di questi inconsapevoli Mozart del novecento. E dal fatto che niente finora e, si può osare, forse mai più, potrà essere paragonabile al fenomeno rivoluzionario che fu, insieme musicale, sociale, di costume e arte. Certo, non ci si è fermati ad Abbey road, nell’anno di grazia 1968. Anzi. Si è andati dovunque, in ogni direzione possibile, a volte ripetendosi all’infinito, altre scoprendo nuovi paesaggi, e aggiungendo tasselli più o meno significativi. Però, detto fra me e voi, chi si accontenterebbe di cloni o derivati, magari pur dignitosi e ben confezionati, quando è disponibile l’originale. Si sa: almeno nella musica, per nostra fortuna, l’anagrafe ha poco senso.

Dischi del 2002 suonano prevedibili e ammuffiti. E invece uno del 1968, 38 secoli fa, è come fosse nato ieri, profuma di vita e fresco. E’ la magia dell’arte. Tutto bianco fuori, un caleidoscopio di colori dentro le 30 canzoni, 84 minuti di chitarrine folk (I will, Blackbird), violini (Goodnight, Long Long Long) e voci melodiose (Happiness is a warm gun, Julia), una sinfonia strampalata e bucolica insieme (While my guitar gently weeps), attraverso collage di immagini futuristiche (Back in the U.S.S.R, Dear prudence, ) e atmosfere agresti(Honey pie, Rocky Racoon), fino ad ardite sperimentazioni rumoristiche (Revolution n° 9) e manifesti (anti)politici (Revolution n° 1) senza farsi mancare neanche una canzone giocosamente sciocca (Ob-la-di Ob-la-da) che è poi, guarda caso, l’unica conosciuta, probabilmente, anche dal telespettatore di Buona Domenica!Insomma, pur senza un solo pezzo da successo extraplanetario (a quello ci avevano pensato prima) c’è tutto, le quattro stagioni, il cielo, la terra, il mare, il fuoco, l’uomo, la donna, gli animali, il far west e Liverpool, il circo e il sesso, l’ironia e la follia. Per riportarci a misura d’uomo, però, si dice che durante la sua lavorazione già i quattro si stessero stancando uno dell’altro. Prova ne sarebbe il fatto che ormai, ogni canzone rivela un unico chiaro autore ed i ruoli in studio siano ben separati, poca la cooperazione e l’unione di forze nella creazione del lavoro, come avvenne, invece, spesso in passato. Pare anche che lor signori abbiano deciso di pubblicarlo come doppio, affrettatamente, per sbrigarsi dagli oneri contrattuali e accelerare così la separazione. E condivisibile è anche che alcune portate di questo pantagruelico banchetto risultino non certo indispensabili, ma, anzi, stucchevoli e indulgenti. Sarà tutto quello che si vuole. Non certo la perfezione. Ma certo il gesto di genio, raro, di saper cantare, in 30 piccoli affreschi più o meno riusciti, della vita dell’uomo, imperfetta, frammentaria e per questo, riconoscibile, appartenente a tutti, in ogni tempo. Soltanto questo.

 

Everyone got something to hide

Questo sito utilizza cookie proprietari e di terze parti per migliorare i propri servizi. Continuando accetti tale utilizzo.