Prince, Sign o' the times 1987

PRINCE – SIGN O’ THE TIMES , 1987 LE QUATTRO STAGIONI DELLA MUSICA POP

princeC’è un tempo, un momento per ogni cosa. Il 1987 è stato il tempo, il momento di grazia di un personaggio oggi quasi irreperibile nelle menti di tutti noi, tanto che nemmeno risponderebbe al nome suo se dall’oblio volessimo resuscitarlo: Roger Nelson Prince, dagli albori del terzo millennio è in crisi d’identità anagrafica (poco male) e musicale (molto peggio). Non si sa più come chiamarlo, e nemmeno, spiace dirlo, se ne sente la necessità.

E pensare che quasi 20 anni fa (!) la mente perversa e onnivora di questo furetto meticcio riusciva a produrre il più stravagante, funambolico, assortito e frizzante cocktail di musica nera, rock, folk, pop, disco, jazz, soul, quello di cui oggi tutti parlano come il segno dei tempi, della modernità, e a condensarlo in un unico ricchissimo manifesto musicale. Nel 1987. Sign o’ the times è uno strano disco, strano anche per Prince, in verità eclettico da sempre, ma mai così aperto a 360 gradi e mai, in un unico album, così ispirato e senza quelle imbarazzanti cadute di tono sempre presenti nella sua lunga discografia.

In 16 esplorazioni che richiamano Frank Zappa, Beatles, il funky più modaiolo e leggero, i grandi del Soul, qualche illuminato raro progetto di black culture come De la Soul, Soul to Soul, riesce nel miracolo d’intenti di fondere 40 anni di musica attraverso le ritmiche, gli arrangiamenti, le mille voci e suoni creati nella sua “fabbrica sonora” Paisley Park, che l’hanno reso inconfondibile, e da adesso in poi in completa solitudine (tranne nel pezzo live “It’s gonna be a beautiful night” per la gloria del suo storico ex entourage, i Revolution). Il tutto risultando incredibilmente coerente, semplice e leggero come tutte le cose in stato di grazia, un giardino in piena fioritura e slancio primaverile con mille essenze, profumi, colori che convivono armoniosamente. In questo poliedrico inno alle gioie trasgressive e non della vita, tra i temi da sempre cari a Prince, l’amore trasognato di Slow Love e maturo di Forever in my life, la libertà di Play in the sunshine, il casino danzante di Housequake, il sesso ossessivo di IT e Hot thing, l’ambiguità delle relazioni personali in quei gioiellini che sono “If I was your girlfriend” e Strange Relation Ship, compaiono, forse proprio come preoccupanti segni dei tempi, anche episodi legati ad una analisi sociale ponderata, seppur limitata e generica, come in Sign o’ the times (“…la ragazza ha ucciso il suo bambino perché non poteva mantenerlo e ancora mandiamo gente sulla luna”) o The Cross, una sorta di lucida e arrabbiata redemption song per tutte le anime abbandonate e non solo ai lati della strada. Sign o’ the times, come pochi altri dischi, rappresenta un lussureggiante mosaico di mondi musicali e culturali apparentemente lontani e inconciliabili, ed invece magicamente fusi insieme attraverso l’universo sonoro ed espressivo assolutamente creativo, originale (e si sa quanto sia difficile usar oggi questo termine) e finalmente maturo di quel genio che forse era troppo di tutto ed in tutto, per potersi ancora chiamare con un solo nome.

Infra-Dj
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