Recensione concerto Radiohead

concerto radiohead milanoIl pensiero che mi sorge spontaneo a metà concerto è “Per fortuna che ci sono i Radiohead”, per fortuna che ci sono loro in tempi grigi, e non solo per il cielo di questa sera, come questi.

Loro che ancora cantano la bellezza, la purezza, la passione tradotta in note, loro che fanno a pugni con l’indifferenza e la volgarità quanto vorremmo anche noi, loro che schizzano di rabbia improvvisa, proprio quella che noi tratteniamo ogni giorno. Si dice in giro che i Radiohead siano tristi, troppo tristi, ma non sono forse proprio le canzoni più maliconiche che spesso ci restano dentro, che si insinuano, chissà perché, nel profondo? Eppoi, sarò strano ma a me fanno tristezza cento, mille altre cose, mentre un concerto dei Radiohead è un’esperienza piuttosto surreale perché ti trovi a condividere con migliaia di persone emozioni talmente intime che di solito rimangono confinate sotto la tua pelle, nelle tue cuffie o nel tuo abitacolo. E la devozione che i 15000 amanti del gruppo riservano senza condizione anche questa sera, nella prima delle uniche due date italiane, ai cinque bravi ragazzi di Oxford è dovuta in parte a questo. A riuscire a toccare corde che difficilmente, anche attraverso quel meraviglioso veicolo emozionale che è la musica, si toccano. Basti pensare ad un pezzo come “Nude” dall’ultimo “In Rainbows” o l’epica, seppur fragilissima, “Exit Music” dal capolavoro “Ok Computer”, brani seguiti dall’intera arena in religioso silenzio, in cui si è quasi imbarazzati per essere ammessi nei meandri più intimi del cantante Thom Yorke e questa sua voce unica, fragile, delicata, pura che sembra rompersi da un momento all’altro e invece ci prende per mano e accompagna fino alla fine. Oppure quei mantra dell’anima che sono Street Spirit, Paranoid Android, Pyramid Song, Videotape, in cui l’arena colma di teste sembra galleggiare sospesa a mezzaria come l’enorme gabbia di luci psichedeliche che aleggia sul palco. Non solo l’anima è mossa però ed infatti anche il corpo ondeggia sinuoso e scatta schizofrenico con Jigsaw falling into place, 2+2=5, Bodysnatchers, eseguite, come tutte le canzoni proposte, in modo cristallino, forse fin troppo fedele all’originale in studio.
Siamo in fondo, tracciamo il bilancio: due ore di concerto, 25 canzoni che scorrono veloci, e tante tante facce, forse qua e là pure un po’ ammalinconite, ma vere, appassionate, e belle, si b-e-l-l-e scandito bene, come si è quando non ti tieni niente dentro e dai tutto di te.


Suggerimenti sonori:

“The Bends”, 1995 - Capitol
“Ok Computer”, 1997 - Capitol
“In Rainbows”, 2007 - Radiohead

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