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Liszt e Beethoven: liberi di essere liberi

Liszt e Beethoven: liberi di essere liberi

Quando entriamo in sala, in cerca del nostro posto e di un'ora di distacco dal resto del mondo, il colpo d'occhio è immediato. Un brulichio diffuso in platea, di gente che parla di cose. Un movimento composto ma vivace sul palco, dove i ragazzi dell'Orchestra Verdi stanno sistemando leggii e spartiti per lo spettacolo. La musica diventerà unica protagonista fra una manciata di minuti ma intanto c'è ancora posto per uno sguardo fugace a questo drappello di ragazzi così brillanti eppur così rigorosi nella disciplina dei numeri e dei suoni. E' come se, con la leggerezza dei loro movimenti, volessero stemperare la notevole difficoltà del programma che li aspetta, questa sera. Liszt e Beethoven, funambolico e avvolgente l'uno, complesso e appassionato l'altro. Entrambi impegnativi da suonare, da interpretare, da sentire, da trasmettere. Tutto è pronto, adesso. Entra in scena il direttore d'orchestra, Martin Haselbock, un austriaco di fama internazionale, dalla direzione agile in tutti i sensi: sembra voglia prendere il volo dal suo podio, le sue gambe non conoscono la stasi, i suoi piedi compiono saltelli leggeri e netti, le sue braccia e le sue grandi mani sembrano volere condurre per mano tutta l'orchestra nel vortice crescente dell'esecuzione.

Che comincia con tre poemi sinfonici di Listz, Héroïde Funèbre, Orpheus e Mazeppa. Liszt scrisse 13 poemi sinfonici, e fu sostanzialmente il creatore di questa forma musicale in cui "l'alternanza, la variazione, la modulazione dei vari motivi sono dettate da un'idea poetica e non da pure regole formali come avviene per esempio in una sinfonia". Il poema sinfonico è dunque l'espressione di un'idea che si sviluppa secondo la sensibilità del compositore e non è, come si potrebbe erroneamente credere, una narrazione in musica. Il compositore, dunque, non procede per imitazione, non racconta una storia ma insegue autonomamente i propri sentimenti utilizzando spesso un testo poetico come canovaccio o come pretesto.

L'orchestra Verdi esegue i tre brani con l'entusiasmo dei garibaldini ma senza la loro disorganizzazione, certi della meta. Il risultato è un'esecuzione nitida e molto coinvolgente. La nostra attenzione, come la loro, non crolla mai e si concentra anzi sui particolari, sulle sfumature di colore, sulle dinamiche impreviste tipiche del compositore più temuto fra i romantici. Mazeppa, in particolare, ci colpisce e ci fa sognare: ispirato all'omonimo poema di Hugo, traduce in musica la sensazione della caduta e del successivo trionfo dell'eroe nobile polacco condannato alla morte ma poi vincente su di essa tanto da diventare condottiero "re" dei cosacchi. Quando, durante l'esecuzione, sentiamo il suono della fanfara, percepiamo una sensazione come di lacci che si sciolgono, di mani violente che allentano la presa, di libertà conquistata finalmente.

Il secondo tempo è (giustamente) colonizzato da Beethoven e dalla sua celeberrima Quinta Sinfonia, il brano di musica che, da sempre, ci ha aiutato a pensare perchè ci restituisce la dimensione ideale e rischiosa della vita senza la quale non si fa niente, si è come tutti gli altri, ci si annoia come il resto del mondo: non per nulla è chiamata "la sinfonia del destino". L'inizio è l'irrompere di un avvenimento che pervade la sinfonia dal primo all'ultimo movimento, attraverso quelle quattro note iniziali che continuamente si ripropongono. In esse si esprime quel destino che attraversa, nella vita, la percezione dello smarrimento, della disfatta o della tristezza e si mostra, a volte, nel suo aspetto più duro di prova o di tentazione. Ma Beethoven non cade nella trappola del disfattismo cosmico: il lirismo stupendo del secondo tempo e il carattere sospensivo del terzo ci conducono all'apoteosi finale del quarto tempo e ci affrancano da ogni sospetto di disperazione e morte.

Il direttore Martin Haselbock ha una visione lucidissima dell'intero apparato dell'opera. Notiamo un'accellerazione estesa a tutti i tempi. In certi momenti, la riteniamo addirittura eccessiva sebbene mai inopportuna. Se così è ad un primo ascolto, però, la sedimentazione ci illumina sul perchè: in fin dei conti, sebbene l’incipit sia indubbiamente angosciante, l’intera sinfonia è veloce ed allegra. La fama di opera terribile e permeata da un senso di morte che le si è creata attorno dipende solo dal massiccio uso che si è fatto delle sue prime note, in questi anni. Ci piace pensare dunque che noi stasera, insieme all'Orchestra Verdi, l'abbiamo svincolata dalle catene della fatalità cupa e ce ne sentiamo come "sollevati".

Per chi vuole, il concerto replica domenica 1 marzo alle 16.

Auditorium di Milano Fondazione Cariplo, Largo Gustav Mahler, tel. 02.83389.401/2/3 (orario biglietteria: dal martedì alla domenica 14.30 - 19.00)
Biglietti: Euro 13,00/33,00/40,00/50,00


Carla Parisi
1 marzo 2009

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