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Beethoven, Haydn e Strauss: crescendo senza soluzione

Beethoven, Haydn e Strauss: crescendo senza soluzione
27 marzo 2009

Chi vi parla ha sempre avuto un legame molto forte con il concerto beethoveniano n.3 op. 37 per pianoforte ed orchestra, un concerto in grado di scalfire l'anima più del celeberrimo "L'Imperatore" o delle opere più blasonate del compositore tedesco. Sarà per quella sua aura così "romantica" (nel senso non sdolcinato bensì letterario del termine), sarà per quel pathos che ogni nota riesce ad emanare (il terzo è l'unico concerto di Beethoven a far uso della tonalità minore) o per il paragone, immediato e spontaneo, che ci balza alla mente, ad ogni ascolto, tra questo concerto e il concerto K.466, il "pre-romantico" di Mozart, con il quale ha molti punti in comune.

La critica musicale, nel tempo, non è sempre stata molto clemente con questo concerto, per via di un certo manierismo retorico viennese che gli viene rimproverato: personalmente riteniamo l'opera di una struggente bellezza. Sarà per via dei due temi del primo movimento, solenne il primo, cantabile il secondo, ma senza tracce di discontinuità o dissonanze fuori luogo; sarà per la melodia semplicissima che domina il secondo tempo e sembra galleggiare eterea tra i tasti prima di essere raccolta e sollevata dall'orchestra, in un continuo dialogo tra gli archi e i fiati; sarà, infine, per il "Rondò" in stile classico finale, quasi un omaggio di Beethoven a Mozart e all'intera musica pre-romantica. La complessità di questo movimento lascia quasi esterrefatti, il modo in cui ogni tema emerge dalla partitura per poi calare e lasciare nuovamente spazio al motivo principale ci stupisce ancora a duecento anni dalla stesura di questa pagina.

Il brano di Beethoven ha aperto il consueto concerto del venerdì dell'Orchestra Verdi, diretta da Giuseppe Grazioli, all’Auditorium di Milano. Al pianoforte l’ottimo Robert Blocker che ha saputo ben interpretare lo spirito “avveniristico” del concerto, per quanto, a parere nostro, avrebbe potuto “uscire” di più, emergere rispetto all’orchestra, in modo da raggiungere quella sostanziale pari dignità e intensità drammatica (fra strumento solista e orchestra) che Beethoven aveva professato proprio a partire da questo brano.

 Il secondo tempo del concerto si è aperto con Haydn, la sinfonia n°48 “Maria Theresia”. In perfetto stile imperiale, evidente già nel primo tempo dall’incedere solenne e maestoso, l’opera si manifesta come una delle prove più convincenti dell’enorme produzione del compositore per gli Esterhazy: la struttura quadripartita appare di proporzioni ampie e magniloquenti mentre la temperie espressiva travalica l’ambito cortigiano e colloca la pagina come un’anticipazione ammirevole dello Sturm und Drang. Si comincia a percepire il clima eroico che ritroveremo, non molti anni dopo, nelle prime sinfonie beethoveniane.

Infine, e qui arriva il vero divertimento dell’orchestra e del pubblico che l’ascolta, Richard Strauss con la suite dall’opera Der Rosenkavalier, op.59, riuscito frutto nato dalla collaborazione tra il compositore e Hugo von Hofmannsthal, librettista. Richard Strauss rappresenta, insieme a Puccini, il più grande esempio di teatro lirico del Novecento. Oggi è finalmente superata l'immagine di musicista borghese e conservatore, sottovalutato da chi vi scorgeva solo un radicale sperimentalismo.

Opera tremendamente difficile ed originalissima, appare come una sorta di “pastiche” in cui l’autore del libretto si lascia andare a continui rimandi situazioni e personaggi melodrammatici del passato tant’è che espliciti risultano i riferimenti alle Nozze di Figaro mozartiane, al Falstaff verdiano e persino ai Maestri cantori di Wagner. Tutto per rievocare in chiave ironica ma anche nostalgica un mondo irrimediabilmente destinato a scomparire, quello della Vienna della corte degli Asburgo.

La descrittività della musica, sostenuta da una tavolozza orchestrale raffinatissima e ricca di mezzi, è stata completamente soddisfatta dall’esecuzione diretta dal maestro Grazioli, che deve aver lavorato con molto impegno in sede di concertazione musicale, leggendo l’opera con slancio e vitalità accentuando il gioco di contrasti senza tuttavia calcare troppo la mano sulle mezzetinte crepuscolari.

Ne è scaturita un’esecuzione dall’entusiasmo contagioso, dall’espressionismo plastico ed agilissimo: fra le note, dirompenti e fresche, si sentiva il sorriso dei ragazzi dell’orchestra, la gioia disinvolta che non è mai superficialità ma, al contrario, una spensieratezza che vela “la tragedia del vivere”. Un sorriso che non è scomparso dai loro visi e dai nostri nemmeno allo scrosciare degli applausi finali e nemmeno all’uscita dal teatro. Un sorriso che, ci piace pensare, li accompagna e ci accompagna tutte le volte che il nostro animo ce lo chiede.

Carla Parisi

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