Eagles a Milano 2009

EAGLES A MILANO - UN OLOGRAMMA TRIDIMENSIONALE DI VECCHI RICORDI

eagles-tour-2009Ci sono concerti che muovono sensazioni contrastanti, ad esempio quando il gruppo che suona proviene da un mondo che sembra lontano anni luce dal nostro presente, un tempo perso fra i ricordi di un’America antica, polverosa, solcata da stivali da cowboy e imbevuta di whiskey fino al bavero a doppia punta di metallo. E quando quel gruppo, davanti a 10.000 milanesi giunti al Forum di Assago con Suv e Citycar e quasi abbagliato da mille telefonini illuminati intona le prime storiche note di Hotel California, la sensazione di trovarsi davanti ad un ologramma tridimensionale di un vecchio ricordo è molto forte. Per fortuna gli Eagles non cercano di nascondere, come altri decani del rock, gli anni che passano, anzi li portano con misurata eleganza: completo nero stile iene per tutti (compresi gli altri sette musicisti) e pochissimi altri fronzoli. Ed il concerto segue la stessa linea: scenografia sobria, proiezioni dell’immaginario USA che tutti conosciamo e tre ore piene di grandi classici, seppur con una generosa pausa in mezzo, eseguiti magistralmente con fedeltà maniacale all’originale, a confermare quella filosofia molto stelle & strisce che quando sai fare qualcosa bene e hai trovato la tua strada per dirlo, peraltro costellata di riconoscimenti planetari, perchè cambiare?
E d’altraparte, come dar torto a questi quattro arzilli ultrasessantenni pluristrumentisti, maestri di armonie vocali e sapienti “costruttori” di gioielli rock? L’elenco delle gemme uscite dal loro cilindro, che tra l’altro continua a sfornarne di dignitose anche adesso, potrebbe essere quasi interminabile (e ve lo risparmio), ne citerò solo qualcuna: chi si ricorda ad esempio ( parlo ai trentenni e oltre, gli altri possono prendersi una pausa caffè ) l’eterea, quasi sospesa nel tempo, I can’t tell you why, o la lenta, perfetta per una scena di duello western, Desperado, o ancora quella Take it easy che ti teletrasporta subito su una highway distesa nel mezzo della Monument Valley o infine la Tequila Sunrise che ogni bar californiano tiene nella propria playlist, oltre che nel proprio menu?
Ecco, forse la vera ragione per cui si va a concerti così, oltre alla genuina curiosità di vedere ad un palmo o quasi dal naso come se la passano, e se la suonano, quattro rockstar di qualche decennio fa, la ragione forse è quella di riscoprire, e per chi ci riesce rivivere una volta di più, pezzi della nostra vita, scene e momenti rimasti intatti, cristallizzati dentro quelle canzoni, le stesse che riposano poi anche in uno scatolone in cantina o in uno scaffale della nostra libreria, fra mille altri dischi e cd impolverati, e che forse solo ora, tornati a casa dopo il concerto, ci siamo ricordati di avere così vicino a noi. 

InfraDj

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