Barboni a Milano

barboni a milanoLORO CI SONO, ANCHE SE NOI NON LI VEDIAMO

Io vagabondo che son io / vagabondo che non sono altro / soldi in tasca non ne ho / ma la su mi è rimasto Dio”. Così recitava il ritornello della canzone cult dei Nomadi. E sul tema del vagabondare senza meta, senza casa, sradicato ed errante, hanno scritto in molti: libri, articoli, testi di canzoni, poesie.

Ma chi sono davvero i vagabondi? Oggi li chiamiamo più comunemente “barboni”. Sono anzitutto persone (asserzione che può sembrare scontata, ma non sempre è così) che scelgono o sono obbligati a dedicare la loro vita al vagabondaggio, vivendo della carità della gente e sopravvivendo con i soli pochi spiccioli che nel corso della giornata riescono a racimolare.

La parola “barbóne”, etimologicamente, indica colui che tiene la barba lunga. Da principio, tale portamento era proprio dei filosofi dell’antica Grecia, così che si era soliti dire “Barbone” per Filosofo. Solo in tempi più recenti, tuttavia, la parola “barbone” è entrata a pieno diritto nella nostra lingua: dal 1938, infatti, essa indica un individuo “appartenente al gergo della malavita milanese”. C’è in proposito una grottesca spiegazione di Carlo Emilio Gadda, il quale nell’Adalgisa definisce: “Vagabondi (argentino: atorrantes; milanese gergale: barboni) che, toltasi la giacca o una maglia, o peggio, vi passano in rassegna i pidocchi”. L’origine milanese della parola è d’altronde suffragata anche dal Grande Dizionario Battaglia, che definisce “barbone” un “vecchio mendicante e vagabondo che a Milano vive ai margini della città”.

Purtroppo oggi il fenomeno non è così circoscritto e semplice da spiegare, nébarboni2 tantomeno si presta ad essere oggetto di ilarità e scherno. Oggi tra le schiere dei barboni ci sono uomini e donne, anziani e bambini, ragazzi e ragazze, malati e donne incinte. Spesso accompagnati da cani randagi, altre volte da soli, i barboni sono sempre più numerosi: sostano agli angoli delle nostre strade, di fronte alle nostre chiese, si sdraiano sulle panchine dei nostri parchi, dormono sotto i nostri portici. Eppure noi non li vediamo, o, se li vediamo, facciamo finta che non ci siano.

Il fenomeno di emarginazione ha radici lontane e indica lo status o la condizione, individuale o collettiva, di esclusione dai rapporti sociali. Esso è strettamente relazionato alle condizioni di povertà e di discriminazione. La maggior parte delle volte, infatti, il vagabondare ha come causa principale fattori di tipo economico. Ma esistono anche casi in cui l’emarginazione è originata da problematiche personali ed esistenziali: tipici, in questo senso, sono i fenomeni che interessano i clochards e i nomadi, soprattutto per i casi dove la scelta personale ha motivazioni profonde. Alcune delle cause che producono emarginazione o auto-emarginazione, legate a motivi personali ed esistenziali, possono essere gravi problemi familiari, la perdita del lavoro e/o dell’alloggio, l’indigenza economica, disturbi psichici e violenze subite.  È per questo motivo che, spesso, nei casi di auto-emarginazione risiede un forte rifiuto della società come tale, cosicché essa, originandosi dall’impossibilità di risolvere le proprie problematiche esistenziali (economiche, familiari o personali che siano), sfocia in una giustificazione del proprio status che viene invece elaborata a supporto della possibilità di sopravvivenza mentale.

Sono andata in giro per le strade del centro di Milano, camminando tra Piazza Duomo, Corso Vittorio Emanuele, Piazza San Babila e le Colonne di San Lorenzo, e mi sono resa conto di quanta miseria e desolazione siano rannicchiate pure nel cuore pulsante della città. Ma la verità è che i barboni ci sono, anche se noi non li vediamo.

Antonella Greco

 

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