Cura contro la dipendenza tecnologica

marina abramovicTHE ABRAMOVIĆ METHOD:
LA CURA CONTRO LA DIPENDENZA TECNOLOGICA

La società contemporanea è ormai sempre più dipendente dai benefici della tecnologia: televisioni, cellulari, computer, navigatori satellitari, ma oggi soprattutto chat che in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento possono raggiungerci sui nostri smartphone, o social network che dicono a tutti chi siamo, dove siamo, cosa facciamo e perché. Senza la tecnologia ci sentiamo persi, spaesati, ci sembra di non esistere, tanto che i sociologi contemporanei che analizzano tale fenomeno hanno modificato la formula cartesiana “Cogito ergo sum” in “Digito ergo sum”, “chatto” perciò esisto, cioè sono in contatto col mondo, lascio una mia impronta nel web.

Certo la tecnologia è comoda: come si potrebbe vivere oramai senza la possibilità di comunicare col telefono cellulare? Quanto tempo si risparmia inviando una semplice e-mail anziché attendere i tempi lunghi e indefiniti della lettera via posta?the abramovic method Quanto più velocemente siamo informati su ciò che accade nel mondo grazie ai telegiornali e alle notizie sul web? Sono comodità delle quali, ormai, volenti o nolenti, non possiamo più fare a meno. Anche se talvolta è davvero preoccupante constatare la dipendenza incondizionata che abbiamo dalla tecnologia, e ancora più preoccupante è constatarla nei sempre più piccoli: a me è stato regalato il telefono cellulare all’età di 14 anni, e già era presto rispetto a mio padre, che si è comprato il primo Motorola all’età di 40 anni. Oggigiorno, però, vedi costosissimi I-Phone ultima generazione in mano a bambini di 8 anni, che magari sanno maneggiare la tecnologia anche meglio di te che, rispetto a loro, hai anni e anni di esperienza tecnologica alle spalle!
L’argomento è uno dei più dibattuti negli ultimi anni e sono tanti coloro che cercando di “dire la loro” a questo proposito, pro o contro i cosiddetti “benefit tecnologici”. Tra loro, c’è anche l’artista serba Marina Abramović, che – dopo la sua ultima esposizione nel 2010 al MoMa di Ney York (The Artist is Present) – arriva ora in Italia, e precisamente al PAC di Milano, con il nuovissimo “Abramović Method”, un percorso dove le persone dovranno isolarsi dal resto del mondo, staccarsi dalla realtà circostante per percorrere un cammino alla riscoperta di se stessi: dovranno dilatare le proprie percezioni sensoriali, osservare, ascoltare la propria voce interiore per imparare ad ascoltare anche gli altri.

“In performance experience is everything”, sostiene l’artista, convinta che nella performance il pubblico giochi un ruolo cruciale, senza il quale la performance non avrebbe alcun senso, perché incompleta. È qui che le sue esperienze e i suoi precedenti lavori l’hanno portata: pubblico e performer sono inscindibili e complementari. Ad esempio, senza il pubblico, la sua performance newyorkese non avrebbe avuto senso: l’esibizione vedeva l’artista seduta ad un tavolo dell’atrio in silenzio, ogni giorno, nelle ore di apertura del museo e i visitatori dovevano sedersi di fronte a lei per tutto il tempo desiderato ed osservarla; Marina Abramović non reagiva in alcun modo di fronte ai partecipanti, ma il loro coinvolgimento rappresentava il completamento dell’opera, permettendo loro di vivere un’esperienza personale con l’artista e con la performance stessa. abramovic methodTornando al “Metodo Abramović” milanese, esso è nato dalla consapevolezza che la performance sia in grado di compiere una trasformazione profonda in chi la produce, ma anche nel pubblico che la osserva. In un’epoca in cui il tempo è un bene prezioso e raro, Marina Abramović chiede allo spettatore di diventare attore e, in questo senso, di fermarsi e di fare esperienza del “hic et nunc”, cioè di ciò che più lo riguarda: se stesso e il modo di relazionarsi con ciò che lo circonda. Lo spettatore deve allora mettere in “modalità off” la sua vita, i suoi problemi, i suoi impegni, smettere di essere in contatto col mondo per il tempo della performance per riuscire a tornare in contatto con il proprio io: ma l’io reale e concreto, fisico e materiale, non l’io virtuale che la tecnologia tende sempre più a soppiantare.
I lavori della Abramović sono accomunati dal continuo tentativo di espandere la percezione energetica, di mettere in contatto i nostri istinti più primordiali e ancestrali con la realtà contemporanea che ci assorbe ogni giorno fino a farci dimenticare chi siamo e perché viviamo. Quest’ultimo lavoro si qualifica, quindi, come un'esperienza terapeutica di sospensione dall'obbligo della connessione continua e frenetica imposta dai telefoni cellulari e dai social network.
La mostra rimarrà aperta ai visitatori fino al 10 giugno 2012, presso il Padiglione d’Arte Contemporanea di Via Palestro a Milano.

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