La vita al Parco Castello

parco castello sforzesco milanoA me capita spesso di intrattenermi  con gente che nel gergo corrente viene definito "strano", dove per strano s'intende un po' matto, un po' borderline, mica tanto "normale". D'altronde io mi definisco una persona " di strada" e per la strada e nella strada trovo risposte che mai troverei in biblioteca, risposte "strane" appunto.
Anni fa frequentavo Parco Castello a Milano e vi portavo Attila a fare quattro salti, prima che De Corato lo recintasse come una gabbia. 

Mentre lui saltava, io conversavo con le persone che incontravo, accompagnatori di cani come me, ragazzi che in gruppo suonavano i tamburi e fumavano marijuana per i fatti loro, anziani che avevano la loro panchina fissa e sconfiggevano la loro solitudine dividendola con i passanti.
Ci sono andata per anni, con il caldo e il freddo, il sole e la pioggia e ho conosciuto persone meravigliose come lo sono più o meno tutte le persone se hai il tempo e l'umiltà di volerle conoscere davvero. Alcuni di loro me le porto dentro, sono parte della mia storia, sono gli spiritelli che muovono le mie dita sulla tastiera del pc.
C'era l'Angelo che passava il pomeriggio a sbriciolare pane per gli uccelli seduto sulla panchina all'ingresso era una specie di custode, sapeva tutto di tutti e tu sapevi che le sue figlie lo avevano dimenticato e lui con due stampelle e l'amata cagna Greta veniva tutti i santi giorni al parco per dare cibo agli uccelli e conforto a te quando eri un po' giù. Quando le figlie hanno soppresso Greta perchè vecchia e perdeva pipì piangeva come un bambino e da quel giorno la panchina restava spesso vuota e dopo qualche tempo non ci è venuto più al parco, avevano ucciso anche lui. C'era la Ada "bianca e rossa che pareva il tricolore": settant'anni, istriana, in sella alla bici piena di pacchi e borse, arrivava tutti i giorni pioggia o vento dal Gallatarese e sembrava un miracolo di equilibrio, gonne all'aria e un sorriso da ragazzina per tutti. C'era la Gina che non aveva fissa dimora e si spogliava dove c'era una cascatella e si lavava senza che nessuno osasse molestarla, Abdu che era venuto in Italia per studiare e vendeva collanine, si era pure preso una cotta e mi aveva regalato il profumo di Moschino, il Giovanni che tutti invidiavamo perchè abitava in un appartamentino che aveva ottenuto secoli fa con un contratto di affitto a equo canone nel cuore di Brera, la sartina Clelia e Francesco rispettivamente sposati con un avvocato e un'infermiera ma legati da un portentoso amore platonico da far scomparire quello carnale di Paolo e Francesca e che sapevano ancora arrossire quando si incontravano, lei con le immancabili forbici e l'ago e lui timido e gentile. Spesso lo vedevi imbracciare la bicicletta e partire: si faceva il giro del parco per riprendere il cane della Clelia, l'Artù, che scappava per amore di qualche cagnetta.
Quando il Francesco è morto all'improvviso nessuno quel pomeriggio aveva voglia di parlare e per molti giorni ancora si era rimasti in silenzio, vicini, un po' persi. C'era Marco un ladro alla buona che si accontentava di piccoli furti nei negozi. Era molto carino, mi era simpatico e mi aveva promesso una borsa di Chanel, poi ho saputo che l'avevano arrestato e addio borsa di Chanel per almeno un paio di anni.
Poi c'erano i "barbun" abituali che avevano allestito il loro salotto intorno alla cascatella e vigilavano sui frequentatori del parco e soprattutto sui cani e quando hanno scoperto che un tale veniva con un furgone dentro cui li caricava per venderli al mercato dei combattimenti clandestini giustamente non hanno pensato di avvisare la polizia che avrebbe fatto niente come al solito, ma lo hanno riempito di botte, gliene hanno suonate così tante che di quel tale si cercano ancora i resti.
Guai toccargli i cani ai "barbun", una volta ho dato un calcetto ad Attila che non era tornato al richiamo e per poco non prendevano me a calci. Gran belle persone i "barbun", i senzatetto ufficialmente, ma perchè volergliene dare uno per forza? Prova a proporgli i loro cartoni in cambio del tuo letto e vedi cosa ti rispondono!
A passarci in fretta e vederlo da fuori quel parco notavi niente, gente senza volto, senza arte nè parte; ma dopo un po', senza accorgertene entravi in un cosmo meraviglioso, ricco di umanità, di sogni, di ricordi, di saggezza, di sofferenze e di gioie che imparavi a condividere, a sentire tue.
Non ti accorgevi più delle panchine rotte, delle aiuole poco curate, delle esistenze dismesse; entravi in un'altra dimensione dove non esistono distinzioni di età, di censo, di razza, ma solo fratellanze e sorellanze che nascevano spontanee e ti facevano bene. C'era tutto: politica, cultura, buona e cattiva educazione, guerra e pace, amore e odio. C'era la Vita, tutta la Vita e Dio sa quanto mi manca!

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