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Koji Yamaguchi, da Milano City Ink a Dmax

kojiKoji Yamaguchi, da Milano City Ink a Dmax

Una vita che è un film, la sua arte, l’esperienza in tv: parla il celebre tattooist 

Koji Yamaguchi è un uomo molto discreto. E molto gentile. Dopo avermi accolto a Milano City Ink, il conosciutissimo tattoo studio di cui fa parte, mi mostra la sua postazione e i suoi lavori in stile giapponese: coloratissimi e dal tratto preciso. Stupendi.

Lo potrete vedere all’opera prossimamente in Milano City Tattoo, il nuovo programma in onda stasera alle 22:55su Dmax (canale 52 digitale terrestre e canale 140 di Sky), giunto al quarto episodio.

“Ho la voce bassa” dice preoccupandosi che il registratore non sia abbastanza vicino. Poi inizia a raccontarmi della sua vita, del Giappone e della sua passione per i tattoo.

D: Ho letto un po’ della sua biografia: la sua vita è un film. Ce lo racconta?

R: Dopo il liceo, ho frequentato una scuola di design e ho iniziato a lavorare in uno studio di grafica nella mia città, Tokyo. Dopo alcuni anni, ho avuto un esaurimento nervoso e ho abbandonato tutto: sono diventato un vagabondo. Per un anno ho vissuto insieme ad altri senzatetto nel quartiere di Asakusa. Poi, ho intrapreso un viaggio nel Sud del Giappone, finché un giorno ho avuto una illuminazione e mi sono detto. “Farò il tatuatore!”. Non volevo ritornare a svolgere il mio precedente lavoro.

D: Incredibile… In Giappone gli irezumi, i tatuaggi, sono per secoli stati distintivi non solo del così detto “mondo fluttuante”, cui appartenevano tutti coloro che svolgevano i lavori più gravosi, ma anche dei giocatori d’azzardo e degli affiliati alla yakuza, la mafia. Per questo in alcuni periodi sono stati proibiti. Ha incontrato difficoltà ad avvicinarsi al mondo del tatuaggio?

R: Qualcuna. All’epoca il mondo del tatuaggio in Giappone era molto sotterraneo. Non c’erano tanti tattoo studio come in Europa e in America e molti tatuatori lavoravano in casa, di nascosto. Ancora oggi l’ingresso ai bagni pubblici e alle saune è proibito alle persone tatuate.

D: Come ha imparato a tatuare?

R: Mi è capitato fra le mani un libro di tatuaggi tradizionali, peraltro gli unici in quegli anni in Giappone. Ho scritto una lettera a quello che sarebbe diventato il mio Maestro.

D: La tradizione giapponese del tatuaggio è stata quindi la base della sua formazione.

R: Sì, ed è antichissima: ha più di duecento anni e si ispira soprattutto a un genere di stampa artistica su blocchi di legno fiorita nel periodo Edo, tra il XVII e il XX secolo, che ha il nome di Ukiyo-e. Significa “immagine del mondo fluttuante”.

D: Come è stato il suo apprendistato?

R: Molto duro. Ero una specie di schiavo. Ma è stata anche una mia scelta, l’ho chiesto io: ho deciso di vivere nello studio perché volevo concentrarmi ventiquattro ore su ventiquattro sui tatuaggi, non mi importava di nessuna altra cosa. Non volevo fare niente altro che imparare l’arte del mio Maestro: lui mi insegnava, mangiavamo insieme. La disciplina era massima: la parola “no” non era contemplata (ride n.d.a.). Ѐ durato quattro, cinque anni. Non senza momenti di perplessità: ogni tanto il mio Maestro cadeva in delle crisi esistenziali e diceva: “Ho sbagliato tutto. Apriamo un ristorante! Tu sarai il cuoco!” (a questo punto siamo in due a ridere, n.d.a.)

D: Ricorda quando ha eseguito il suo primo tatuaggio?

R: Certo! Un giorno il mio Maestro mi ha dato il permesso di tatuare un cliente: ho eseguito una hannya, una maschera demoniaca tipica del teatro giapponese. L’ho prima disegnata a mano libera.

D: E la prima volta che si è fatto tatuare?

R: Ho realizzato da solo il novanta per cento dei miei tatuaggi. Per primi ho disegnato dei fiori di loto sulle caviglie. Ora le mie gambe sono totalmente tatuate.

D: Quale crede sia il tratto distintivo del suo stile?

R: Soprattutto ultimamente, cerco di rivisitare l’antica tradizione giapponese. Creo composizioni in cui gli elementi figurativi classici sono rappresentati in modo più grafico. Mi ispirano moltissimo i kimono.

D: Quindi la sua esperienza come designer è evidente anche nei suoi lavori come tatuatore…

R: Sì, ho sempre disegnato moltissimo sia a mano libera che al computer. Ѐ stato l’allenamento costante al disegno maturata durante la mia formazione di grafico che mi ha portato, oggi, ad avere una mia cifra come tatuatore. Ho dovuto imparare a essere molto versatile: so disegnare, ad esempio, in stile anni Cinquanta come in stile naïf.

D: Come è stata la sua esperienza televisiva su Dmax?

R: Devo dire bella, ma mi sono sentito un po’ impacciato davanti alla telecamera. Sono un disegnatore, non un attore. Diciamo che sono più rilassato davanti a un pc.

D: Qual è il suo rapporto con Milano?

D: Come Tokyo e Londra, le altre grandi città in cui ho vissuto, ha lati positivi e negativi. In Italia inizialmente vivevo a Treviso, dove facevo prevalentemente il grafico. A un certo punto ho preferito concentrarmi sull’attività di tatuatore: ho deciso di trasferirmi a Milano dove pensavo ci fossero più possibilità lavorative.

D: Ha un aneddoto particolare, una storia curiosa legata alla sua attività di tatuatore da raccontarci?

R: Ti avviso: è una storia un po’ macabra.

D: Prometto di non impressionarmi…

R: Il tatuaggio tradizionale giapponese, realizzato con la tecnica tradizionale dell’incisione a mano, si estende dal collo alle caviglie. A volte ci vogliono anche dieci anni per completarne uno. Il corpo è inteso come un unico dipinto che i grandi tatuatori sono soliti firmare, realizzando un cartiglio col proprio nome. Un giorno, nello studio del mio Maestro si è presentata la polizia: sulle montagne vicino Tokyo avevano ritrovato un corpo decapitato, completamente tatuato. Sulla schiena, c’era la firma del mio Maestro: volevano lo identificasse da alcune fotografie.

D: Ok: sono impressionata! E lei li firma i suoi tatuaggi?

R: No. Non mi piace, non me la sento.

D: Ho visto un intervista al guru dei tattoo Syoday Horitoshi. Affermava che le persone oggi si tatuano solo per moda. Lei è d’accordo?

R: Sì, ma più in passato. Negli anni Ottanta, ad esempio, era richiestissimo il tribale di Flea dei Red Hot Chili Peppers. Poi sono stati molto imitati i tattoo dei personaggi televisivi, dalla corona di Simona Ventura allo scorpione di Pietro Taricone. Devo dire che, recentemente, i clienti sono sempre più appassionati e consapevoli e richiedono lavori di qualità.

D: Quando si realizzano tattoo di grandi dimensioni che richiede anche anni di lavoro, che rapporto si instaura col cliente?

R: Certamente di confidenza, anche se io sono una persona discreta e cerco comunque di mantenere un certo distacco professionale.

D: Da quanto tempo fa questo lavoro?

R: Più di vent’anni.

D: Ancora l’appassiona?

R: Sì, moltissimo. Credo che altrimenti l’avrei già lasciato da tempo.

Valentina Fumo

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