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Caso Sallusti: una sconfitta per la libertà

censuraIeri mattina, Sabato 2 Dicembre, si è consumato un fatto oltraggioso e senza uguali, che purtroppo ci ricorderemo per molto tempo. Alessandro Sallusti, dopo una lunga attesa che si era permeata verso una speranza vaga e fumosa, è stato arrestato all’interno della sua redazione con l’accusa di diffamazione. Ora, io (come annuncia pomposamente anche il mio profilo, ed esagerando forse) studio giurisprudenza all’università, e vi posso garantire che dare una pena di 14 mesi di reclusione per un cosiddetto “reato d’opinione” è un vero scandalo. Si contorcerebbe nella tomba il povero Voltaire, che aveva esclamato, già ai suoi tempi, con orgoglio e soddisfazione il fatto di poter dare la vita per un’opinione altrui, anche se non è condivisa. Oggi, nel tanto democratico e osannato 2012, queste verità ci appaiono più lontane che mai.

È difficile esprimere senza cadere in bassezze tutto il ribrezzo che ha portato con sé questo fatto, visto che gli errori durante i cosiddetti “accertamenti” sono davvero macroscopici: un esempio lampante di questo fatto è l’omesso controllo su un corsivo scritto da qualcun altro, cosa che di per sé è già scandalosa agli occhi di un giurista con un minimo di cervello. Ciò che fa più rabbia, tuttavia, è vedere la politica che condanna la libertà di pensiero, approvando (con voto segreto, e ditemi voi come si fa a non maledire qualcosa o qualcuno in questi casi) una legge che dà a tutti gli effetti una pena cautelativa per un reato minore. La decisione è di per sé assurda per la giurisprudenza (i miei professori sono rimasti esterrefatti da questo nuovo decreto), che limita fortemente non solo la libertà di informazione ma persino quella di espressione. E ovviamente, quando si agisce nella cognizione di essere nel giusto, è impossibile non cadere ancora più in basso: questo urla a tutto il mondo anche l’assenza di una condizionale nella pena, cosa che viene concessa, in casi particolari, perfino a chi è accusato di omicidio.

 Lo scandalo tuttavia non finisce qui, perché il giornalista che ha scritto il pezzo è rimasto bellamente nella sua posizione, mentre Sallusti, anche volontariamente, si è assunto la responsabilità di tutte le informazioni, sbagliate o giuste che fossero, di quel maledetto pezzo (anche questo dovrebbe far capire la caratura del personaggio, che è spinto da grande professionalità).

Noi oggi ci svegliamo storditi, sbigottiti, senza parole, più rabbiosi che mai. Perché non è possibile, a causa di una opinione sbagliata e ingiuriosa che sia, dichiarare l’arresto di un uomo: il processo sì, quello è lecito, dategli anche una pena pecuniaria, dategli uno schiaffo sul coppino, ditegli che è una carogna, fategli capire che ha sbagliato a dire certe cose. Qui però, signore e signori, stiamo parlando di DIRE qualcosa e non di fare, e mandare un uomo in carcere per qualcosa che ha detto, sebbene nella realtà di un giornale, mi lascia davvero senza parole.

Anrea Lino

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