Django Unchained: pura mania tarantina

djangoIn uscita nelle sale giovedì 17, Django Unchained, si presenta come un elogio allo Spaghetti Western italiano, nonché una rivisitazione del tema della schiavitù da parte di Quentin Tarantino.

Il periodo scelto è l’anticamera della Guerra Civile Americana e vede nel cast un Chistopher Waltz nei panni di un brillante dentista “tetesko” datosi alla caccia dei “Dead or Alive”; Jamie Foxx, il “negro su 10.000” liberato; Leonardo Di Caprio, cattivissimo, subdolo e un po’ isterico, nel ruolo di un detestabile imprenditore di Madingo.

Con quest’ultima pellicola, Tarantino si rivela ancora una volta come un grande manipolatore emotivo. Inserendosi silenziosamente nel contesto storico ne affronta la problematica sociale, analizzando soprattutto la sfera dell’ostilità umana.

In contrapposizione alla violenza e all’umiliazione, il fare cinema secondo Tarantino, si pone l’ironia, la speranza e l’astuzia, scindendo quindi, il significato di ciò che può essere giusto da quello di ciò che può essere vero.

Django, il protagonista, all’inizio è uno schiavo, l’inesistente. E come tale, ignora il mondo perché di natura non gli è concesso alcun diritto. Per via di “una serie di fortunati eventi”, passa nelle mani del Dr. Schultz, e poi, a uomo libero. Di conseguenza impara che valori si nascondono nel rivolgersi alla pari ad un uomo. Offenderlo o persino ucciderlo.

Dietro ad un sogno di libertà però, ce ne uno ancora più grande: l’amore che si ha perduto e che brama conquista, come in una vera favola di “Sigfrido”. Questo amore evoca in Django i ricordi più tetri, affannando il suo sentimento di vendetta. Stato di nervi che trovo sfogo solo alla fine, al culmine di un massacro violento.

La colonna sonora accompagna l’anima del film con alcune tracce del maestro Ennio Morricone, mentre “Unchained”, fa come riferimento gli artisti James Brown e 2Pac. Da notare la curiosa analogia di “Elisa” di Beethoven con le scene di violenza, si tratterà di un’evocazione di Kubrick?

Tra le tante firme del regista, imperdibile la scena dello schizzo di sangue sul cotone: simbolo del sacrificio dello schiavo nella raccoglitura; le problematiche irrisolte del KKK; “sei colpi, due pistole”.

Last but not least, Samuel L. Jackson, che offre i presupposti del vero scontro finale. Da nero a nero, da uomo libero a uomo libero, tutte le bugie che sostengono la vita agiata pendono dalle labbra del suo personaggio. Sinistro e malvagio, incute un senso di avara bontà per se stesso, maledicendo tutti, al di fuori del padrone.

Sconsigliato come ultimo spettacolo poiché sfiora le tre ore di durata.

Ivan Potapov

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