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Andrea Kerbaker: Vi racconto il mio scaffale infinito

Andrea KerbakerSi definisce “un traghettatore di libri altrimenti perduti”. Ha una moglie inglese, tre figli adolescenti che lo prendono in giro per il suo pessimo accento nell’intonare "Help!" e oltre venticinquemila volumi cui ha destinato una casa che, dai soffitti ai tappeti, è un inno alla magnifica ossessione per i libri.

Domani, chiudendo la mostra internazionale "Libri antichi e di pregio a Milano" con la presentazione del suo ultimo libro, Lo scaffale infinito: storie di uomini e di libri, il celebre scrittore Andrea Kerbaker ripercorrerà la appassionante storia delle grandi biblioteche private che hanno segnato la letteratura mondiale.

MilanoFree.it lo ha intervistato per parlare del suo amore per le pagine stampate.

 D: Professore, Lei è tra i più noti bibliofili italiani ed è arrivato non solo a possedere oltre venticinquemila volumi, ma a dedicare loro uno spazio davvero unico, La Casa dei Libri. Come nasce la sua passione per i libri e per il collezionismo?

R: Da piccolo non leggevo che fumetti. Mio fratello e mio cugino, all’epoca adolescenti, scoprirono l’esistenza di un mercato di fumetti di antiquariato a Senigaglia e allora anche io, un bambinetto di nove anni tutto ben vestito, cominciai ad andare in fiera nonostante fosse un postaccio frequentato dalla vecchia mala milanese. Sono cresciuto fra i bancarellai rivendendo a cinquecento, anche mille lire, fumetti pagati cento lire. In pratica cinque centesimi di euro. Facevo ottimi affari e la paghetta mi era ormai indifferente, con grande soddisfazione dei miei genitori. Ancora oggi godo di forti sconti (ride n.d.a.).

 D: Quando è passato ai libri?

R: Grazie a mia madre: le letture scolastiche all’epoca erano molto noiose, lei fu brava a propormi libri interessanti come quelli degli umoristi inglesi, a partire da Tre uomini in barca di Jerome Kapkla Jerome. In seconda liceo, i professori iniziarono a farci leggere autori ancora viventi, ma già antologizzati come Sciascia, Pasolini. Moravia, Morante che ritrovavo in Parlamento o nei dibattiti televisivi. Cominciai a collezionare i loro libri avvertendo chiaramente che la letteratura non era un qualcosa di morto, ma era viva e accadeva lì, in quel momento.

 D: E, rifacendoci al mondo dei fumetti, ricorda qual è stata la Sua Numero Uno?

R: Certamente! Un libro di Beppe Fenoglio, La paga del soldato. Da lì, non mi sono più fermato: alla sua età (trent’anni n.d.a) avevo già comprato la collezione Musatti e me l’ero portata a casa in ventisette scatole.

 D: A proposito di Cesare Musatti, Lei una volta ha affermato che i libri del celebre psicanalista parlano di lui. Se i Suoi libri potessero rivelare qualcosa di Lei, cosa direbbero?

R: Che non sono mai stato indifferente a nessuno di loro. Ho cominciato a comperarli con la consapevolezza che non li avrei mai letti tutti -perché chiunque possieda tanti libri non riuscirà mai a farlo- ma con una intenzione di lettura. Ognuno dei miei venticinquemila volumi è stato sfogliato e acquistato perché un giorno avrei voluto leggerlo.

 lo scaffale infinitoD: Professore, ma perché collezionare libri? Qual è il senso di tutto questo?

R: Questo è proprio il tema del mio ultimo libro, Lo scaffale infinito: storie di uomini pazzi per i libri che presenterò domani a Palazzo dei Giureconsulti e che è dedicato ai molti personaggi, da Petrarca a Eco, che hanno raccolto libri per costruire una diga contro un presente che non gli piaceva. All’inizio ho cominciato a collezionare per piacere e farlo, comunque, continua a rimanere ancora oggi una cosa istintiva, come mangiare. Ma poi ho capito che esisteva un senso più profondo: per il modo in cui li trovo, considero quelli che acquisto tutti volumi strappati all’oblio. Io sono un traghettatore, un custode di libri che altrimenti andrebbero perduti. Per questo, pur frequentando i collezionisti di libri, non li amo. Amo, invece, i costruttori di biblioteche. Marguerite Yourcenar diceva: Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro l'inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.

 D: E Lei vede venire un inverno dello spirito, come Marguerite Yourcenar?

R: Questo presente a persone avvedute non può piacere: ha troppe negatività. Vede, Grillo è sempre esistito, altri non è che un Savonarola contemporaneo. Abbiamo quindi dei modi di resistenza, più o meno politici; fondare una biblioteca è un modo importante di non aderire alle tante cose del presente che non ci piacciono.

 D: Alla base dell’attività del collezionista c’è sempre un amore per il possesso, però.

R: Sì, e ci sono degli esemplari che mi piacerebbe aggiungere alla mia collezione: ad esempio, il primo libro di Ezra Pound, A lume spento, che nel 1908 fu tirato in cinquanta copie o un folio di Shakespeare. Ma non solo per me il possesso non è il fine ultimo, ma in alcuni casi considero la mia biblioteca non mia: racconta una serie di racconti. Questa vocazione è particolarmente forte nella stanza delle dediche, dove colleziono i libri che contengono questo piccolo genere letterario. Ho, ad esempio, quattrocento libri del poeta fiorentino Piero Bigongiari, tutti dedicati a lui da un serie di personaggi della cultura italiana e anche straniera.

 D: Lei è un collezionista, ma anche uno scrittore. Come si conciliano queste due vocazioni?

R: Innanzitutto, sono un collezionista anomalo: un libro mi affascina solo se ha una sua storia, non in quanto oggetto. Questo mi ha sempre permesso di comprare a prezzi bassissimi perché non esiste un libro che cerco affannosamente e per il quale spenderei tutto, come spesso accade ai collezionisti. Giusto qualche tempo fa ho regalato al mio amico Mughini, che è un grande bibliofilo, uno dei miei volumi. Poi, io sono e mi considero uno scrittore; è quello che ho sempre voluto fare. E gli scrittori, oltre a non essere quasi mai dei collezionisti, non li amano. Raramente ho visto persone così disinteressate a La Casa dei Libri come loro: vengono qui e non capiscono perché per uno scrittore la biblioteca è un pezzo del suo lavoro e quindi non è interessato ai libri di un altro.

 D: E di solito qual è la reazione di chi entra ne La Casa dei Libri?

R: Credo che non ci sia niente di tanto brutto, noioso e inospitale come una parete di scaffali; per questo tutto in questa casa rimanda alle pagine stampate, dai quadri alle sculture, dalle lampade ai tappeti. Le reazioni delle persone sono tutte mediamente positive…

 D: Non le dicono “Questo libro ce l’ho anch’io”?

R: Sì, solitamente lo dicono gli egocentrici. Ma di quelli, si sa, è pieno il mondo...

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