Milano e il pavé giapponese

pave giapponeseSi sa, Milano è famosa anche per il suo amato/odiato pavé: chiedete ai ciclisti nostrani, nonché alle donne patite di tacchi a spillo, ma anche semplicemente a chi spesso e volentieri riesce a prendere delle storte con delle banalissime ballerine, causa dissesti di livellamento.

Dicesi pavé (tra l’altro termine francese) un tipo di pavimentazione stradale formato da cubetti di piccole dimensioni (di pietra o di porfido) della dimensione di una decina di centimetri, che lo distinguono visibilmente dal lastricato formato appunto da grandi lastre di pietra.
Si possono distinguere due tipi di pavé: quello realizzato con cubi di pietra, generalmente di basalto (sampietrini) o di porfido (bolognini), spesso cementati insieme con catrame, e quello realizzato con ciottoli arrotondati (detto anche acciottolato).
Pare che il pavé oggi sia poco usato perché presenta pericoli per la circolazione di cicli e motocicli, che perdono aderenza, e perché poco confortevole per il transito in auto; ma io aggiungerei anche che richiede una mole di lavoro non indifferente per posarlo, laddove una bella colata di asfalto abbrevia i tempi e forse anche i costi, dato che è un tipo di pavimentazione molto costosa e che richiede una manutenzione intensa e costante.
Ecco spiegato il motivo per cui sopravvive soprattutto nei centri storici delle città e dei paesi, dove è usato a volte anche per rallentare il traffico.
E, cosa buffa, negli anni sessanta e settanta in determinate situazioni il pavé fu visto anche come un rischio per la sicurezza pubblica (durante le manifestazioni i contestatori spesso lanciavano pietre tolte dal fondo stradale contro le forze dell'ordine) e quindi decisamente evitato.
Eppure alla luce di tutto ciò il pavé fa parte di Milano, tanto che un locale in zona Porta Venezia (via Caasati per l’esattezza) gli ha voluto rendere onore prendendo a prestito il nome (www.pavemilano.com) e non posso non invitarvi a farci tappa almeno una volta, vuoi per le prelibatezze fresche di giornata, vuoi per l’estro dei ragazzi che lo hanno ideato, vuoi per l’originalità degli arredi ricercati con tanto di reportage video sul sito omonimo.
Detto ciò, in questi giorni mi sono imbattuta in un pavé di concezione diversa: il pavé giapponese ideato da Oki Sato, fondatore della società Nendo, specializzata nell’utilizzo del quarzo, quale materiale per produrre tavoli e tavolini particolari (smussati da elementi in legno), nonché giardini di pietra (stonegardens). E proprio qui arriva il bello: lo “Stone-Garden” consiste in un insieme di 300 superfici di quarzo a forma di pseudo-tavolini, di ben nove diversi colori, ancorati tra loro in modo sparso e ancorati a terra con dei tondini di ferro. “L’installazione”, dice Oki Sato, “esplora il legame tra la mobilia e la non-mobilia; tavoli che non sono tavoli canonici e che ricreano una superficie assomigliante ad un giardino fluttuante nell’universo, ben aldilà dei semplici tavolini individuali.” Mi verrebbe da aggiungere, un classico esempio in cui il tutto non si limita all’insieme delle parti ma va ben oltre.
Bello da vedere, rilassante, che ci porta in un’altra dimensione, in linea con il pensiero filosofico giapponese. Certo, al prima domanda che sorge spontanea è: che utilità può avere?
Ed è proprio questo l’approccio sbagliatissimo al FuoriSalone di cui questa installazione fa parte (palazzo Crivelli in via Pontaccio, 12): andare oltre l’immediatezza, provare ad approcciare le opere con mente creativa cercando di cogliere aspetti nuovi; sforzarsi di trovare dei motivi validi di esistenza di qualcosa che altrimenti ci risulterebbe assurdo, insignificante, insulso.
Un buon antidoto contro la crisi imperante che ci appiattisce e ci dipinge di grigio; e la primavera che latita a scoppiare certo non è di grande aiuto.

Chiara Collazuol

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