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Il cinema di Cesare Zavattini: dai telefoni bianchi al neorealismo

In questo periodo la Cineteca italiana dedica una rassegna a Za, contemporaneamente si tiene alla Pinacoteca di Brera una mostra degli autoritratti minimi che il poliedrico artista aveva commissionato a grandi pittori e amici nel corso degli anni. 
 
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Già scrittore e giornalista satirico affermato, Cesare Zavattini iniziò ad interessarsi al mondo del cinema nel 1934, grazie all’amicizia con registi del calibro di Vittorio De Sica e Mario Camerini.
Erano gli anni dei telefoni bianchi, in cui il cinema italiano, dopo i gloriosi anni del muto, si era appiattito su film tutti uguali, che seguivano lo schema della storia d’amore travagliata tra un ragazzo e una ragazza, coronato da un inevitabile lieto fine.
Zavattini invece fin da subito dimostrò che il suo approccio al cinema era del tutto diverso.
Nelle sue sceneggiature il mondo è come filtrato dallo sguardo di un bambino ancora candido e ingenuo, che vede tutti e tutto come parte di una grande favola.
Nel suo debutto come sceneggiatore, Darò un milione, diretto nel 1935 da Camerini, Za racconta la storia straordinaria di un milionario che, in una Francia immaginaria, dopo essere sopravvissuto a un tentativo di suicidio, decide di donare un milione a chi farà nei suoi confronti un’opera buona.
Nella trama sono da subito evidenti la principali caratteristiche dello stile di Zavattini, come un forte interesse per il surrealismo e gli aspetti più umili della vita quotidiana, come dimostra la presenza di un gruppo di circensi girovaghi.
Col passare del tempo, le sceneggiature di Za si fanno sempre più surreali, come nel caso di San Giovanni Decollato del 1940, imperniato sulle fisse di un umile napoletano che vive nel culto di San Giovanni Battista.
Ma non mancano storie più aderenti alla realtà, anche se con uno stile da fiaba, come Teresa Venerdì del 1941, sulla vicenda di una giovane orfanella che riuscirà a sposare il medico di cui è segretamente innamorata e Quattro passi tra le nuvole del 1942, in cui un giovane commesso viaggiatore decide di aiutare una ragazza incinta fingendosi di fronte alla sua iperprotettiva famiglia suo marito.
Ma sarà il sodalizio con De Sica a dargli nel dopoguerra le soddisfazioni più grandi con due capolavori come Sciuscià e Ladri di Biciclette.
Entrambi i film descrivono i sogni di evasione di alcuni poveracci delle borgate romane, che credono di trovare un riscatto in un cavallo, come nel caso dei due ragazzini di Sciuscià, oppure in una bicicletta, come nel caso del attacchino Antonio di Ladri di biciclette, che alla fine vedranno quello in cui hanno creduto andare in mille pezzi, anche se la speranza non muore mai del tutto.
I due film avranno un successo straordinario all’estero, al punto che vinceranno due premi Oscar onorari per il miglior film straniero.
 
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