Less is more: è tempo di digiunare

urlo-munchSettembre, pastori, è tempo di digiunare.

Ecco un luogo comune gettonatissimo prima e dopo le vacanze estive: devo mettermi a dieta per superare la prova costume, devo mettermi a dieta perché ho esagerato a tavola questa estate.
Già, la dieta, una vera e propria spada di Damocle; un fenomeno tutt’altro che stagionale, al contrario, quotidiano! E a pensarci bene, non c’è altra espressione più calzante per tradurre in parole il mantra con cui ci si tortura per mettere a tacere la propria coscienza ingrassata, “Chi è sempre a dieta, alla fine non è mai a dieta”.
Lungi da me addentrarmi in una Torre di Babele di sapienti e saccenti che pretendono di avere in mano la formula magica: le combinazioni tra gli svariati alimenti a disposizione e i metabolismi inclassificabili del genere umano sono innumerevoli  tanto che non ci sarà mai la dieta giusta in assoluto. Ma questo lo capisce anche un bambino. E’ invece verissimo, ma stavolta anche scientificamente provato, che il cibo fornisce energia che viene accumulata se non viene utilizzata, in poche parole bisogna fare movimento. Stendiamo un velo pietoso sulla folla che si iscrive in palestra, ma guai a fare tre passi a piedi, due rampe di scale, una corsa nel parco con i figli, la spesa caricandosela nello zaino. Tutti validi sostituti all’attività fisica dove si paga per sudare ( e qualcuno aggiungerebbe per soffrire). E poi si unisce l’utile al dilettevole ottimizzando i tempi.
Ma andiamo oltre per non creare malumori e scoraggiare chi, ammirevole, sacrifica le pause pranzo per raggiungere il peso forma. Giusto per completezza, la sottoscritta  è una grande sostenitrice della morigeratezza: di tutto un po’, assecondando la propria golosità giusto nei momenti importanti.
Ho voluto affrontare l’argomento prendendo spunto dall’iniziativa lanciata da papa Francesco: indire una giornata di digiuno e preghiera per la pace (sabato 9 settembre), invitando oltre ai cattolici anche i fratelli e sorelle di altre fedi religiose, nonché i non credenti, ad unirsi nel modo ritenuto più consono.

Si sa, il digiuno è uno dei grandi archetipi universali, una disciplina all’essenzialità che bandisce il superfluo. Lo stesso Socrate sosteneva che proprio digiunando scopriva le cose di cui non aveva bisogno. Ed è qui che volevo arrivare: parlare del digiuno in senso lato. Quindi non la rinuncia del cibo (con tutto il rispetto per chi invece si ritrova costretto suo malgrado a causa della crisi a tagliarsi parte dei viveri per arrivare a fine mese), e neanche la rinuncia come gesto fine a se stesso, quanto piuttosto di una predisposizione mentale, di uno stile di vita.
In America  ci si fa aiutare da professionisti dedicati per svuotare la casa piena zeppa di “fuffa”, cianfrusaglie. Perché ormai, a furia di accumulare oggetti si ingolfa anche il cervello, tanto da non essere più in grado di setacciare gli input diretti o subdoli che lo bombardano. E’ l’era del consumismo e i deboli soccombono. La rinuncia non è azione spontanea, richiede allenamento e costanza, spingendo sempre più in là il traguardo proprio come qualsiasi pratica sportiva. Un suggerimento potrebbe essere rimandare un acquisto alla settimana successiva, sicuramente nel frattempo qualcos’altro avrà rimpiazzato l’oggetto del desiderio, che automaticamente sarà etichettato come “non indispensabile”.

Un genio l’inventore del booksharing: si legge tanto e non bisogna acquistare né libri, né tanto meno librerie per archiviarli, né tanto meno case spaziose per sistemare librerie voluminose. Certo è anche vero che il budget di spesa che si ha a disposizione è un vincolo indiscutibile allo sperperio, ma ahimè non invalicabile, come insegna la saga a più puntate narrata dai vari “I love shopping”.
Trovandoci nell’era tecnologica, va da sé che si senta di frequente parlare anche di digiuno mediatico. Sempre più spesso, il consiglio per chi parte per una vacanza all’insegna del relax e del recupero delle energie è proprio quello di lasciare a casa tutti gli ammennicoli tecnologici, di cui pare oggi non si possa proprio fare a meno (e tutte le connessioni ai vari social network che per assurdo ci isolano fisicamente dagli altri assorbendo tutta la nostra attenzione per connetterci con gli altri). Se va in tilt l’i-phone o in corto l’i-pad si assiste a scene di isterismo acuto. Pazzesco.
Ma il digiuno per eccellenza che prediligo è quello dai rumori. Sarà perché abito a Milano, sarà perché lavoro in centro, sarà perché abito in una zona bella ma trafficata, sta di fatto che ciò a cui anelo di più è il silenzio. Solo così la mente finalmente può fare pulizia, eliminando distrazioni e superficialità, accantonando preoccupazioni e ripensamenti per apprestarsi ad una vera e propria catarsi interiore. Il gergo tecnologico si parla di “rimettaggio”. Si riscopre il proprio respiro, il proprio ritmo cardiaco. Non è semplice, perché liberarsi della frenesia, della fretta senza avere la sensazione di perdere tempo è un esercizio impegnativo. Lasciare che i minuti scorrano senza innervosirsi, pensando a tutto quello che si ha da fare può essere preso come una tortura. Eppure una volta superata la tentazione di interrompere l’esercizio si iniziano a percepire i risultati. Un senso di pace e di riconciliazione con se stessi e con il mondo. Esagerando si può arrivare al picco più alto della trascendenza, dove si lascia spazio a qualcosa di superiore.

Una volta ritornati con i piedi per terra, qualcosa cambia, non siamo più così indifferenti a ciò che ci circonda e che ora possiamo iniziare a classificare come rumoroso, fastidioso, provocatorio. Va quasi da sé che si decida di girare pagina e sposare la sobrietà come stile di vita e di comportamento. E ci si ritrova più vigili ai segnali esterni, riluttanti all’ingordigia di ogni genere.

E ora, silenzio.

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