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Intervista a Federico Figini, membro del Comitato Martesana

figini-lavoroUno degli aspetti più preoccupanti della crisi economica con cui il nostro Paese è alle prese in questi anni è il continuo aumento dell’emigrazione giovanile, fenomeno che sta sempre più assumendo aspetti preoccupanti in un contesto di una generazione alienata dalla classe politica dirigente e che non trova spazio in un mondo del lavoro fatto sempre più di contratti a progetto malpagati e “svalutazione” delle proprie capacità e competenze. 

Nonostante questo trend ci sono ancora ragazzi che anche (“e soprattutto”) in un periodo come questo credono che si possa fare molto nel nostro Paese e che per questo decidono di impegnarsi personalmente per cercare di cambiare le cose.federico figini

Federico Figini (in foto), ventitreenne di Segrate e studente di Economia in Cattolica, nonostante la giovane età è uno dei membri di spicco del Comitato Martesana all’interno del movimento “Fare, per fermare il declino” e da esso, nel maggio scorso, è stato proposto come candidato per le elezioni del sindaco di Gorgonzola.

D: Federico, che cos’è il Comitato Martesana?

R: È un comitato locale nato e cresciuto all’interno del movimento “Fare, per fermare il declino”.

Costituitosi nel Settembre 2012, è uno dei quattro comitati più grandi nel territorio nazionale. Al suo interno riunisce una ventina di comuni da Segrate, Gorgonzola, Pozzuolo, tutta l’area della Martesana fino a Trezzo compreso ed è costituito da una cinquantina di persone provenienti da diversi ambiti professionali ed esperienze. La nostra struttura costitutiva si basa sull’idea di una entità sovraccomunale che abbia le caratteristiche e le risorse di un partito più grande, ma che sappia mantenersi, nel contempo, lista civica, con una forte vocazione locale legata al proprio territorio.

D: Perché hai scelto questo movimento?

R: “Fare” è prima di tutto un programma di idee. Un gruppo di persone che decidono di mettersi in gioco per cambiare le cose.  La politica è sempre stata la mia passione e “Fare” si proponeva a chi, come me, non ne aveva ancora avuto una esperienza di questo genere alle spalle. Era ed è una bellissima opportunità per affacciarsi e mettersi in gioco in un mondo molto difficile, soprattutto nelle sue modalità di accesso.

D: Come hai vissuto la tua prima la campagna elettorale nazionale?

R: E’ stata un’avventura, come essere fuori dal mondo, non un sogno, ma un turbinare di eventi che mi ha risucchiato senza sosta per quasi due mesi. Sempre in mezzo alla gente, impegni continui, telefonate, orari sballati, imprevisti dell’ultimo momento... Quando poi mi sono fermato mi sono chiesto: cosa è successo? In più ho conosciuto tantissime persone tutte in una volta, come neanche in anni di vita.

D: E poi la tua candidatura a Gorgonzola…

R: Come Comitato Martesana ci siamo impegnati nelle elezioni di Gorgonzola e, nonostante non si sia riusciti a presentarsi per ragioni contingenti, il comitato ne è uscito più coeso e rafforzato. Pe me è stato molto formativo soprattutto perché sono venuto a conoscenza anche di altri aspetti della politica.

D: Cioè?

R: C’è veramente bisogno di una attenzione al taglio degli sprechi anche nei piccoli comuni e dell’eliminazione di certe cose aberranti. A Gorgonzola è stato costruito un nuovo cimitero, che per essere ripagato sarebbe necessaria la morte dell’intera popolazione. Nello stesso tempo sono stati stanziati i fondi per un nuovo quartiere la cui costruzione si basa sull’indicizzazione alla fertilità delle donne del paese. Come se stessimo parlando di mucche. Motivazioni sensate sarebbero state emigrazione o uno sviluppo del distretto industriale. E l’appalto, insieme a quello del nuovo centro sportivo, è stato dato alla stessa impresa… Inoltre il modo fi fare politica è, oggi, troppo lontano dai bisogni reali.Perché, ad esempio, occuparsi sempre di grandi temi come della denominazione D.O.P. del Gorgonzola senza, dall’altra parte, fare alcun cenno ai problemi di viabilità, di carenza di parcheggi e di tutte quelle problematiche quotidiane veramente più vicine ai cittadini?

D: Perché un giovane dovrebbe darsi da fare e scommettere sul nostro Paese?

R: Andando via le cose non cambiano. Le cose si possono cambiare solo mettendosi in gioco in prima persona. L’Italia è bellissima, sia nei paesaggi sia nel carattere degli italiani. Abbiamo tante potenzialità ed è assurdo che la nostra storia e la nostra cultura manchi la centralità che merita nel mondo per una mentalità parassitaria ed egoistica. I cambiamenti purtroppo, a mio avviso, saranno lenti perché non riguardano solo il mondo politico, ma la società e un modus vivendi tipicamente italiano. I giovani alla politica possono dare la passione e da essa costruire una nuova visione del mondo. E’ incredibile come, rispetto al territorio locale, abbiano una consapevolezza dei problemi più concreta, basata sul proprio vivere quotidiano. Uno dei nostri obiettivi è proprio quello di appassionare altri giovani, essere in grado di parlargli, riavvicinandoli al dibattito sul loro paese e sul loro futuro.

D: Che qualità deve avere secondo te un giovane per mettersi in politica?

R: Nessuno si deve affacciare alla vita politica per farne una professione. La politica deve essere una passione e un servizio. Da quello che ho provato posso dire che è una esperienza bellissima che ti permette di conoscere gente e aprire gli occhi sulla realtà. Proprio realtà, secondo me, è la parola chiave: perso il contatto con essa tutto diventa autoreferenziale. Un giovane che abbia questa vocazione deve andare per le strade, parlare con la gente, capire il territorio. Non si può far politica coi soli modelli matematici e teoremi universitari.

D: Cosa ti senti di dire a quei giovani che sono andati via o che stanno preparando le valigie?

R: Andate e fate una bellissima esperienza all’estero, arricchitevi e imparate, vedete e studiate i problemi e le soluzioni, ma poi riportate qui tutte queste competenze, altrimenti l’Italia rimarrà sempre indietro e con il mito dell’estero. Invece quanto sarebbe bello fare di quell’estero l’Italia.

D: Infine, qual è il tuo I have a dream?

R: Un posto dove le persone si sentano parte di una comunità e di una nazione, felici di adempire gli obblighi e i doveri che la propria appartenenza comporta. Un posto dove il merito e le competenze non siano costrette a scappare, ma siano rincorse per essere sfruttate. Un modo di vivere sociale senza più la cultura del “più furbo” basato sulla convinzione che una felicità comune è alla base di una felicità individuale. 

Gabriele  Masi

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