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L'arte di Oppenheim al Museo Pecci di Milano

oppenheim pecci

Dennis Oppenheim è stato un artista imprescindibile per qualsiasi neofita o seguace della land art, della body art, dell'arte povera e pubblica e, più in generale, di tutti i movimenti che hanno percorso l'arte contemporanea dagli anni Sessanta ad oggi.

In questi giorni, fino al 23 novembre, una sua personale è ospitata a Milano in uno spazio non molto dissimile dal PAC eppure molto meno famoso: il Museo Luigi Pecci, succursale della prestigiosa sede principale di Prato. Il Pecci è un centro di assoluta avanguardia e sperimentazione che fino all'estate appena trascorsa ha ospitato un'esposizione permanente di lavori sul corpo ad opera di Marina Abramovic, Joseph Beuys, Michelangelo Pistoletto e Giovanni Anselmo, tra gli altri. Il museo, grazie alla prestigiosa collaborazione con lo Spazioborgogno e la Galleria Fumagalli, riesce ad organizzare ogni anno mostre di altissima qualità e di portata internazionale, senza richiamare troppo l'attenzione né far pagare al pubblico il biglietto d'ingresso.

La personale di Oppenheim raccoglie tutta la sua produzione plastica dal 1976 al 2006 circa, con un'attenzione particolare alla trasformazione degli oggetti in una dimensione domestica che rivela nevrosi di natura collettiva. La decontestualizzazione di elementi di uso quotidiano, come ad esempio nell'opera "Iron Cactus" del 1994 (dove ferri da stiro appesi in serie sulla parete fanno da davanzale ad una serie di cactus), punta a destabilizzare, a rimuovere ogni certezza, ad indagare il concetto perverso di normalità. Accanto ad un atteggiamento ludico e metamorfico dato da un pensiero vivacemente laterale e ironico, è costante una componente di forte inquietudine e persino di pericolo, come nell'opera "Deer", dove le corna di un cervo ad altezza naturale alimentate da bombole a gas, prendono fuoco e rimangono accese per almeno dieci minuti.
Un'altra opera, significativa per la neanche tanto sottile critica alla pretesa artistica del funzionalismo proprio del design, è "Lamp dog" del 1996, in cui un'intelaiatura a forma di cane contiene delle abat-jour dal gusto retrò. Dello stesso anno sono anche "Blood Breath", un naso ad altezza d'uomo di cui si vendono i condotti pieni di liquido rosso/sangue che ribolliscono, e "Blushing Machine", forse il lavoro meno comprensibile, in cui Oppenheim mima, attraverso luci collegate a sensori, il processo fisiologico dell'arrossimento innescato negli individui dall'imbarazzo della vicinanza fisica. Grazie ad opere come "Volcano", un vulcano azzurro pieno di fori da cui esce del fumo se il visitatore preme un pulsante, la mostra si configura come un'esperienza interattiva ed emotiva, anche per la capacità dell'artista di trasferire negli oggetti le tensioni vitali e i flussi corporei al punto di vivificarli e renderli dei performer (in "Lighting Bold Men", due statue luminose distese per terra vengono colpite da due fulmini).
Questa stessa personale si era tenuta l'anno scorso al Kunst Merano Arte e prima ancora, anche se in veste diversa, alla Biennale di Venezia del 1997.
A Dennis Oppenheim l'Italia piaceva: aveva esposto anche al Parco Archeologico di Scolacium e al Museo MARCA di Catanzaro.

Ora, anche se non più di persona, ha visitato anche Milano.

 

Mostra: DENNIS OPPENHEIM sculture 1979/ 2006       3 ottobre - 23 novembre 2013

Spazio Museo Pecci, Ripa di Porta Ticinese 113, Milano.

Orari:

Martedì - sabato: ore 15:00 - 19:00

domenica e lunedì chiuso

Ingresso gratuito

 

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