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Il caso Sedriano, il fantasma della 'Ndrangheta in Lombardia

stazione Sedriano COLHalloween non è una festa italiana. La famosa notte delle streghe del 31 Ottobre, infatti, è stata importata e sta prendendo piede qui da noi per l’espansione globale e di massa della cultura americana/anglosassone.

Non per questo anche l’Italia non ha i suoi fantasmi e i suoi scheletri nell’armadio, le sue storie di paura e di cronaca che si trasformano, nel silenzio e nel tempo, in leggende. E il più terribile fantasma nostrano è senza dubbio quello delle mafie, ancora oggi al centro della cronaca del Paese.

Era il 16 Ottobre scorso quando il Presidente della Repubblica Napolitano firmava l’ordine per lo scioglimento della giunta comunale di Sedriano, paese della provincia Ovest di Milano, per “infiltrazione mafiosa”.

La vicenda, in realtà, ha inizio il 10 Ottobre del 2012, un anno fa, tanto è il tempo che ci è voluto per passare dagli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione di Alfredo Celeste, sindaco del paese e insegnante di religione nella scuola secondaria, e l’intervento del governo.

Nel frattempo, non sfiduciato dalla giunta comunale, Celeste è rimasto in carica, continuando a svolgere la sua normale attività di rappresentanza e tornando in libertà il 10 Gennaio 2013 per la scadenza dei termini di custodia cautelare.

7 mesi dopo quell’arresto, l’8 Aprile, iniziarono le indagini della commissione prefettizia guidata dal viceprefetto Anna Pavone, che ha concluso le sue indagini nel Luglio successivo, inviandone le conclusioni a Roma.

E così si è arrivati al 2 Ottobre con l’inizio del processo contro Alfredo Celeste e alla successiva decisione di scioglimento della giunta comunale, primo caso in 65 anni in Lombardia per questioni legate al mondo della malavita organizzata.

L’accusa, supportata da intercettazioni telefoniche e ambientali, è di promesse fatte in cambio di un corrispettivo sostegno elettorale e finanziario in occasioni delle consultazioni elettorali del 2009 nelle quali Celeste venne eletto sindaco e, successivamente, di raccomandazioni e corsie preferenziali nell’assegnazione di appalti pubblici.

In carcere sono finiti anche coloro che sono considerati, secondo il teorema accusatorio, i beneficiari di queste assegnazioni e promesse: il presunto boss della ‘Ndrangheta Eugenio Costantino, padre di una consigliera comunale, e Marco Silvio Scalambra, marito di un’altra consigliera, sospettato di essere un collettore di voti sporchi delle cosche.

L’indagine è stata portata avanti anche e soprattutto per l’assidua e ferma volontà del sindaco, durante quest’anno, di non rassegnare mai le sue dimissioni:

“Non sono un corrotto” afferma in una intervista a Ilgiorno.itHanno rivoltato la mia vita, mi hanno intercettato per tre mesi, hanno controllato conti correnti e computer. Risultato? Niente di niente”.

Ma in molti non gli credono. Una di queste è Ester Castano, la giovane e brillante giornalista che ha condotto l’inchiesta sui fatti di Sedriano e che così è intervenuta alla manifestazione antimafia che si è tenuta lo scorso 19 Ottobre nello stesso comune lombardo:

“Non è Reggio Calabria, non è Palermo, è Lombardia. Qui si intesseva un rapporto perfetto, una triangolazione tra un politico, un presunto ndranghetista e un appartenente alla classe di professionisti, il cosiddetto “cono d’ombra”, che in Lombardia, troppo spesso, fa da trait d’union tra la classe politica e gli affiliati delle cosche”.

“Sono stati mesi di duro lavoro per la stampa” rivendica Ester “siamo stati sottoposti a vessazioni, querele pretestuose continue, l’ultima delle quali due settimane fa”.

E conclude: “Si è abituati a pensare che la mafia si occupi solo di grandi opere. E invece i sindaci sognano in grande. Alfredo Celeste, secondo le intercettazioni, sperava in un posto al Senato. All’Ndrangheta piacciono i comuni piccoli, per le cosche è più facile controllare il territorio da essi per l’assenza della stampa. E la stampa è stata troppo tempo assente in questo territorio”.

Nonostante la situazione fosse di dominio pubblico ormai da un anno, pochi hanno partecipato alla manifestazione organizzata dalla Carovana antimafia:

“C’è stata poco affluenza” ci dice Luca Mariani, uno dei partecipanti “c’era gente, ma non abbastanza. Erano 600 al massimo. In un comune di 11.000 abitanti; e molti dei presenti venivano da fuori. Quando abbiamo fatto la carovana in giro per le strade la gente stava alla finestra, nei bar, e nei negozi, spesso disinteressata, come non fosse successo nulla. C’è troppa indifferenza. Non si capisce l’importanza della manovra, il pericolo che costituisce l’infiltrazione dell’ ‘Ndrangheta nel tessuto economico e sociale del nostro territorio”.

Su questa scarsa partecipazione, aspettando l’inizio del processo, che avverrà il prossimo 27 Novembre, risuonano oggi le parole di Paolo Borsellino:

“La lotta alla mafia, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

G. Masi

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