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Bros e il Padiglione Natura - il trionfo del colore a Milano

padiglione natura bros"Vantarsi della cattura di Bros è come fregiarsi dell'arresto di Giotto", asseriva Sgarbi nel 2008 in difesa di uno dei più illustri writer milanesi contro l'allora vice-sindaco Riccardo De Corato.

Questo per dire quanto Bros, che nel frattempo ha consolidato il suo progetto artistico fino a diventare ai giorni nostri uno dei più influenti rappresentanti in Europa dell'arte pubblica, ormai sia da considerare una vera e propria eccellenza della città di Milano (al punto da essere sul punto, salvo poi aspre polemiche, di essere insignito dell'Ambrogino d'Oro). 

Comincia a dipingere sui muri nel 1996, ma tocca l'apice del successo solo nel 2003, momento in cui riesce ad attirare l'interesse delle istituzioni culturali. Dal 2007, infatti, gli viene proposto di partecipare a collettive importanti, tra cui "Street Art Sweet Art" al Pac e "Arte Italiana 1967-2007" al Palazzo Reale, che ne confermano la statura e l'ingresso nel novero dell'arte ufficiale.

Ma il primo vero percorso programmatico alla scoperta dell'architettura del paesaggio italiano, risale appena al 2010, quando Bros, insieme al fotografo Cosimo Filippini, compie un viaggio di 10.000 km lungo tutto il territorio della penisola, al fine di indagare le possibilità d'intervento a posteriori sul già dato e il concetto di riqualificazione del contesto urbano. Ne sono uscite operazioni sorprendenti: un'esposizione multidisciplinare al centro sociale "La Fornace" di Rho (arte, musica e poesie), una composizione policromatica sulla facciata della nuova sede del Sole 24 Ore progettata da Renzo Piano, l'iniziativa dei furgoni dipinti in giro per Milano e la realizzazione del permanente "Andrea" sulla superficie vetrata del lucernaio del MACRO di Roma. Poi, finalmente, le facciate delle fabbriche, sintesi e acme della sua riflessione sulle potenzialità dell'arte pubblica come denuncia dell'alienazione urbana.

Dello scorso aprile, l'esempio più eclatante e riuscito: l'intervento pittorico su oltre 400 mq di un edificio-dormitorio nato perché vi potessero alloggiare gli operai di un cantiere vicino, il Padiglione Natura. Bande di colore brillante e chimico sovrapposte alla maniera di Chevreul e della sua teoria dei colori (a sua volta ripresa da Goethe e di grande ispirazione per i post-impressionisti puntinisti Seurat e Signac), si stagliano in un panorama grigio ed industriale anni Cinquanta, configurandosi come invito a vivere la città nella sua dimensione più umana e a riappropriarsi dello spazio pubblico.

Il nome dell'opera rimanda all'Expo, ma ne fa il verso: il padiglione, infatti, è vuoto e non espone alcunché. Come, del resto, moltissimi edifici milanesi costruiti e poi mai utilizzati.
Bros denuncia e diverte, in un connubio espressivo rivelatosi nell'ambito dell'arte contemporanea sempre più fortunato e ormai quasi codificato, raffinando via via il suo stile pittorico, prima fumettistico e "street", ora più primitivista (Matisse e Gauguin) e/o pop.

 

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