Sindacati?

vignetta chi siamoCi sono piccoli avvenimenti che accadono quasi nascosti tra la nebbia, zittiti dal rumore degli areoplani al decollo e dai vuoti proclami che ogni giorno si impossessano degli altoparlanti delle nostre televisioni.

Vorrei riportare qui un piccolo episodio di vita di fabbrica, accaduto oggi, presso la sede di una grande azienda italiana, a partecipazione statale, perché è qui che più forti si fanno sentire le grandi dinamiche che oggi stanno mettendo in seria difficoltà il nostro Paese.

Alla notizia di una giornata di sciopero dei tecnici programmata per Venerdì 15 Novembre, era apparso all’attenzione di tutti i lavoratori sulle bacheche un messaggio del sindacato autonomo che così recitava:

“Come se non c’entrassero nulla, oggi i sindacati di partito organizzano lotte apparenti, contro quelle situazioni e quei problemi creati grazie alla loro stessa collaborazione. Esattamente come hanno fatto in occasione dell’abbattimento dell’art. 18, nel 2012, con l’abolizione della giusta causa, per diminuire le tutele dei lavoratori e favorire i licenziamenti, oggi questi sindacati di partito continuano a recitare, per illudere i propri iscritti, mentre, invece, appoggiano i partiti di riferimento le cui leggi hanno portato alla situazione di disoccupazione attuale e di attacco al lavoro”.  E dopo una breve disamina della situazione specifica aziendale concludeva: “non si possono seguire i sindacati di partito che hanno l’unico scopo di strumentalizzare i lavoratori”.

Non mi interessai molto al comunicato, in realtà. Lessi distrattamente il foglio durante una breve pausa e tornai a lavorare. Non me ne interessai fino ad oggi, quando mi è capitato di trovarmi davanti ad un atteggiamento assolutamente censurabile di un rappresentante di quell’organo che dovrebbe essere preposto alla tutela del lavoratore.

I fatti, come raccontati, sono andati così.

«Un signore, che né io né i miei nuovi colleghi neoassunti avevamo mia visto prima, si è avvicinato a noi proponendoci per il giorno seguente delle ore di lavoro straordinario, senza assolutamente introdurre il suo ruolo all’interno dell’azienda e la sua persona.

Alla nostra risposta affermativa, indotta anche da frasi da lui pronunciate che facevano leva sulla nostra presunta volontà di “voler guadagnare più soldi possibili” (il mio contratto di assunzione è a tempo determinato), ecco che estrae fuori un piccolo foglietto stropicciato su cui scrive davanti ai nostri occhi i nostri cognomi assicurandoci un lavoro straordinario per l’indomani.

Poi come se niente fosse ha alzato lo sguardo e ci ha detto: “volete iscrivervi al sindacato?”

Alla nostra risposta negativa, motivata anche dall’inutilità visto il breve contratto d’assunzione, con la stessa facilità con cui aveva scritto i nomi sul foglietto, ancora davanti ai nostri occhi, si è messo a cancellare i nostri nomi, senza batter ciglio.

“Cos’è, adesso che non aderiamo al sindacato ritiri la proposta di lavoro che ci hai fatto?”

“No, questa è una cosa mia, non c’entra niente” ha provato a giustificarsi subito rimettendo velocemente il foglietto nella tasca del gillet, e facendo per andarsene.

“Allora cosa dobbiamo fare? Dobbiamo venire per le ore di straordinario?”

Il tono della voce che usò ci fece subito capire più delle parole che la risposta era negativa, ma fu solo il tono, perché dalla sua bocca uscì un risentito “Aspettate cosa vi dice il capo reparto, se vi dice qualcosa lui, venite”.

E’ da sapere, per chi non ne è a conoscenza, che il sindacalista non ha nessun potere di per sé per decidere alcun orario, né straordinario, né turno di lavoro, compito che aspetta ad altre persone preposte e facenti parte e scelte dall’azienda che valutano le loro scelte su parametri che dovrebbero essere assolutamente estranei all’appartenenza o meno ad una sigla. Come mai allora tutta quella naturalezza e sicurezza nel venire a proporci qualcosa che non gli compete?

Così gli faccio notare: “Scusa ma questa mi sembra una ripicca solo perché non ho voluto aderire al sindacato”, gli faccio notare.

E lui: “Sai come si dice: se tu non dai una cosa a me io non la do a te.”  »

La sua risposta vale più di mille commenti. Ma il fatto che a molti tutto questo possa sembrare quasi “normale” invita a far riflettere.

Gabriele  Masi

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