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Intervista a Philippe Daverio: considerazioni e riflessioni sulla cultura a Milano

In occasione di Bookcity Milano Philippe Daverio, critico d'arte e conduttore del programma televisivo Passepartout, ha presentato al SIAM il suo nuovo libro: “Guardar lontano veder vicino”.
 
Un libro che vuole essere un invito a seguire un percorso “non convenzionale” per rapportarsi alla Storia dell’Arte; un esercizio alla curiosità che introdurrà il lettore a un “viaggio iniziatico” nel Rinascimento italiano, partendo dalla rivoluzione giottesca per arrivare al “talentaccio e caratteraccio” di Caravaggio.
 
Il libro, e lo spirito che lo anima, sono stati lo spunto per porre all’autore alcune domande su temi attuali che riguardano la cultura milanese in vista dell’Expo 2015, evento che in passato aveva auspicato non diventasse “un gesto utile a se stesso e dannoso agli altri”. Philippe Daverio, con la passione che lo contraddistingue, ha risposto con  riflessioni sulle scelte attuali e suggerimenti per il futuro.
                                             
D. - Nel libro parla della Pietà Rondanini come “testamento” di Michelangelo. Da quasi 1 anno si è aperto il dibattito riguardo il suo spostamento e il pellegrinaggio all’interno di luoghi simbolo della città. L’anno prossimo, in vista dell’Expo2015, verrà definitivamente spostata in un nuovo spazio espositivo. Fino a che punto clamore e pubblicità influiscono sulla fruibilità di un’opera e sul suo significato?
 
R. - “Direi che era del tutto inutile pensare di spostare la Pietà Rondanini. Perché lì dov’è fu voluta dai milanesi, nell’immediato dopoguerra, come segno di riscatto della città; e lo fu grazie a una sovvenzione pubblica per comprarla. Tra l’altro fu inserita in uno degli spazi estetici più belli da un punto di vista della museologia e della museografia dell’Italia post bellica. La Pietà Rondanini, in quel luogo, era in qualche modo il simbolo del riscatto della città. Trasformare la memoria in un giocattolo è sempre un piccolo crimine. E siccome il vero problema di Milano deve essere quello di conservare la memoria, anzi: stimolarla, credo che quell’operazione di spostamento fosse una delle più grandi stupidaggini che si potesse immaginare. Quindi tenerla lì, in quel luogo (forse, certo, riordinando il luogo del Castello), dando al Castello un significato che lo riavvicinasse a quella che fu la volontà di origine della sua definizione postbellica, sarebbe corretto. Di fronte alle cose incerte è meglio mantenere una linea precisa; e la Pietà, lì dov’è, sta benissimo!
 
D. -  Anche all’interno dello spazio creato dallo studio BBPR, ormai 61 anni fa?
 
R. - E’ stato fatto per quello. E’ la documentazione di un’epoca! Mi stupisco molto all’idea che la Soprintendenza, che riesce ad essere vincolante quando uno deve spostare un comignolo sopra una casa del Settecento, non si sia invece pronunciata in un modo sicuro e convinto di fronte a quello che avrei considerato un crimine contro la Storia dell’Arte milanese.
Mi auguro che non venga spostato di una virgola l’allestimento BBPR, che è stato uno degli allestimenti migliori del dopoguerra in Italia. L’Italia ha riscoperto la museologia, con intelligenza, grazie all’intervento di Albini a Genova, grazie alle mutazioni (fantastiche), fatte da Carlo Scarpa a Palermo, grazie all’intervento encomiabile sul museo di Castelvecchio, sempre di Scarpa, a Verona, e grazie al Castello Sforzesco. Chi tocca uno di questi 4 elementi deve affrontare la responsabilità di mutare non uno spostamento di un oggetto che è portato lì, ma di mutare un pezzo della nostra storia dell’architettura. Non è una responsabilità facile da assumersi. Bisogna almeno essere altrettanto bravi e altrettanto progettuali. E mi sembra che la Milano di oggi non lo sia.
 
D. - Parliamo dell’EXPO e dell’offerta culturale di Milano. La città propone una grande quantità di mostre, accompagnate da molta pubblicità e da un forte aura di sensazionalismo. Molte, in realtà, non rispondono alle aspettative; nel senso che si bada più all’aspetto sensazionalistico, al nome degli artisti, che non alla qualità. Parlo, per esempio, della mostra dedicata l’anno scorso a Picasso, al Palazzo Reale. Mancavano degli elementi che l’avrebbero effettivamente fatta diventare una “grande mostra”.
 
R. - Per fare delle belle mostre bisogna lavorare molto. Non basta andare nel mercato delle “mostre preconfezionate” e portarsele a casa. Quando mi sono occupato della città di Milano (ma ormai è 1 secolo e mezzo fa), credo che abbiamo ottenuto dei risultati particolari in quanto abbiamo lavorato per ottenerli. Sul mercato delle mostre, in realtà, di mostre ce ne sono tante, e i cognomi sono sempre altisonanti … giocano anche sull’utilità …  io non vorrei sparlare di tutto il sistema, perché alla fine è meglio fare che non fare. Se ci fosse più impegno a inventare mostre autoprodotte, però, questo farebbe meglio anche alle istituzioni culturali; perché le istituzioni si rafforzano con la produzione, mentre rimangono tali se sono solo luoghi di ospitalità … perché servono per fare fatturato e basta.
 
D. - Pensa che sia ancora possibile per un giovane studiare la storia dell’arte, se non per una passione personale? Che senso ha oggi studiarla, considerando che l'insegnamento è stato tolto anche dalle scuole?
 
R. - Nelle scuole non è utile, a mio parere. Su questo ho sempre avuto dei dubbi. La Storia dell’Arte si insegna solo in Italia. In Francia no e in Germania neanche. Eppure in Francia e in Germania la sensibilità per l’argomento è maggiore. L’insegnamento della Storia dell’Arte a scuola è un po’ come il tentare di convincere i ragazzi che Manzoni è un grande scrittore. Scopri il Manzoni dopo i 30 anni. La scuola non è un luogo di trasmissione nozionistica; deve essere un luogo di formazione della psiche. E della mentalità e della mente. Così come veniva insegnata la Storia dell’Arte, forse era più una punizione.
 
D. - La fruizione dell’arte è purtroppo fortemente vincolata agli alti costi dei biglietti d’ingresso a molti musei. Questo dato incide con il rapporto che si vorrebbe invece avere con le istituzioni culturali. Si potrebbe ovviare a questo problema? (la risposta a questa domanda è stata fornita durante la conferenza)
 
R. - “Il problema dei musei è che il visitatore acquista un biglietto e ha un tempo programmato per visitarli. Cerca quindi di acquisire più immagini possibili in un tempo limitato,  ottenendo a volte una gran confusione. Bisognerebbe, invece, imparare a guardare con una certa lentezza, e andare a guardare un quadro alla volta”. … “Vorrei porre una domanda all’attuale ministro della Cultura. Così come uno non apre la Treccani una volta e poi la butta, uno potrebbe anche avere un rapporto regolare col museo. Se uno, invece di avere un biglietto per andare a vedere un museo, avesse una tessera? Non si è mai pensato a tesserare i musei”. … “Sarebbe un percorso che permetterebbe di affrontare il museo come si affronta un libro: cioè lo si apre quando se ne ha voglia. E non si sarebbe costretti a vederlo tutto in una volta. Chi va 3 volte all’anno a vedere Brera? Chi va 3 volte all’anno sul tetto del Duomo? Pochi. Allora l’ipotesi è inventare l’abbonamento. O anche l’idea del regalo natalizio: regaliamo un biglietto per Brera”!
 
Rossella
 
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