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Giuseppe Verdi e Milano: intervista con il professor Luigi Inzaghi

In occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, la Meravigli Edizioni ha deciso di dedicare un libro al rapporto del grandissimo compositore con Milano. Il compito di realizzare il libro è stato affidato al musicologo e giornalista Luigi Inzaghi, che ha riportato in vita la storia di Verdi nel libro Giuseppe Verdi e Milano, un testo che racconta in modo avvincente e dettagliato tutte le vicende che legano l’artista alla città ripercorrendo i diversi eventi della sua vita, dalla nascita fino alla morte.
 
Il libro è ricco di aneddoti interessanti che riguardano la vita di Giuseppe Verdi, la cui esperienza personale ed artistica sembra rinascere nel leggere le parole Luigi Inzaghi che danno voce, con sapienza e accortezza, alle sue opere, ai suoi amori, ai suoi amici e nemici, ai suoi cantanti e assistenti, al suo pubblico e a Milano, città che gli deve molto, tra cui il fatto di aver trasformato il Teatro alla Scala nel primo teatro del mondo.
 
Ho avuto occasione di intervistare l’autore del libro, il professor Luigi Inzaghi, classe 1943, che senza remore mi ha raccontato la sua storia strettamente intrecciata con il mondo della musica e dello spettacolo e che, prima di passare all’intervista, voglio condividere con voi così come lui l’ha condivisa con me:
 

« Io sono una persona che nasce nel 1943 e vive un dopoguerra di estrema povertà. Mia madre è morta che avevo 3 anni e, benché avessi un fratello e una sorella, ho sentito molto la mancanza di un affetto materno. Mio padre era un musicista e un attore, tanto che all’età di 6-7 anni ho seguito a Pavia le riprese del film Il Cappotto di Lattuada con Renato Rascel, in cui mio padre compare come direttore di musica e assessore comunale.

Sono stato malvolentieri per circa 10 anni nel seminario di Pavia, ma solamente in questo modo ho potuto studiare, anche la musica, e poi, una volta uscitone, mi sono laureato in Magistero all’Università Cattolica di Milano con una laurea in Storia della Musica sul violista e violinista pavese Alessandro Rolla, che è stato per 30 anni capo d’orchestra del Teatro alla Scala di Milano (dal 1802 al 1833) ed è l’unico della commissione del Conservatorio di Milano che ha dato un voto positivo a Verdi dopo l’esame del 1832 in cui Verdi è stato respinto.

Dopo la laurea ho continuato ad interessarmi di musica, pubblicando moltissimi libri sia su Rolla che su altri musicisti, principalmente lombardi, come Giambattista Sammartini, Gaetano Donizetti, Arrigo Boito, Amilcare Ponchielli, il Teatro alla Scala, finanziati da enti pubblici. Quando poi sono mancate tali sovvenzioni, a causa degli scandali degli anni ‘80 e ‘90, mi sono dedicato a libri sui cantanti, molto più richiesti dal pubblico. Parlo dei miei libri su Alessandro Bonci, Angelo Masini e soprattutto di quello su Beniamino Gigli. »

 
D: Da dove nasce il suo interesse per la musica e la storia della musica?
 
R: Per quanto riguarda il mio interesse per la musica, nasce un po’ dal fatto che in casa mia tutti suonavano. Mio padre suonava la tromba e dirigeva una banda musicale, mia sorella il pianoforte ed era appassionata d’opera lirica, mio fratello il clarinetto, che l’ha portato a fondare a Pavia la Ticinum Jazz Band in cui suonava il basso tuba.
 
D: In vista del bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, ha deciso di dedicare un libro a questo grandissimo compositore, potrebbe chiarire perché ha scelto di osservare la storia di Verdi a partire dalla città di Milano?
 
R: Su Verdi avevo già scritto un piccolo testo per le scuole medie anni fa, ma l’occasione di parlare di Verdi a Milano è venuta dalla Meravigli edizioni, specializzata in libri su Milano.
 
Il mio modo di procedere, nel volume, è particolare ed esemplare, nel senso che ogni capitolo contiene qualcosa di accattivante e di inedito, con l’intento di indurre il lettore a proseguire nella lettura e, magari, a sorprendersi e a volte a sorridere. Non nego che, pur essendo cattolico osservante, mi piace ragionare in modo anticlericale e anche con una certa ironia, nei limiti del possibile.
 
D: In che modo Verdi ha segnato la storia di Milano?
 
R: Verdi ha segnato la storia della musica di Milano perché le sue opere sono le più interessanti che siano mai state rappresentate alla Scala e, in particolare, con "Nabucco" appicca l'incendio che rivoluzionerà non soltanto la musica ma anche la politica. Molti compositori dell’epoca componevano come Verdi e chi non lo faceva non aveva successo. Chi provò a fare di testa sua fu Giovanni Bottesini, che è stato un grandissimo contrabbassista, ma le sue opere sono tutte naufragate.  "Aida", "Otello", " Falstaff", "Messa da Requiem" sono dei capisaldi della musica operistica mondiale. L'unico musicista che riuscì a staccarsi da Verdi e a raggiungere una grandissima celebrità fu Giacomo Puccini, che si adeguò di più al sinfonismo wagneriano pur mantenendo una melodiosità all’italiana.
 
 
D: Che tipo di uomo era Verdi?
 
 
R: Verdi era un uomo tutto d’un pezzo, che difficilmente cedeva alle pressioni esterne. Poiché alla Scala le sue opere venivano montate nel peggiore dei modi, ha lasciato Milano per 25 anni ed è tornato alla Scala nel 1869 solamente perché Francesco Piave era malato e non poteva più curarsi della regia delle opere. Verdi è il primo compositore che si occupa della regia, dei costumi e della vocalità degli interpreti – è un delitto vedere oggi, anche alla Scala, le sue opere trasportate ai tempi contemporanei: non si capisce più niente e tutti i loggionisti della Scala ne sono gravemente impressionati e inferociti.
 
Con i cantanti, in particolare, Verdi non era benevolo. Se non riuscivano a cantare come la parte esigeva, li trattava male; esigeva che osservassero il giusto modo di interpretare un brano o tutta l'opera intera. Pochissimi cantanti l'hanno soddisfatto pienamente; tra questi, Erminia  Frezzolini e Teresina Stolz. Tra gli uomini, il baritono francese Victor Maurel nella parte di Jago ("Otello") e di Falstaff.
 
D: Leggendo il suo libro si evince che sono state molte le persone che hanno fatto parte della vita di Verdi e che, nel bene e nel male, hanno segnato la sua vita sia come uomo che come artista. Secondo lei chi ha lasciato un’impronta più netta nella vita  di Verdi?
 
R: Indubbiamente, nella carriera di Verdi la persona che l’ha segnato di più è stata la seconda moglie, Giuseppina Strepponi, la prima interprete del "Nabucco", che Verdi ha sposato perché era una donna con tante qualità sia umane che artistiche. La Strepponi aveva avuto 3 figli da altri uomini ed era dotata di una voce di spessore notevole. Diventando sua moglie, lo ha aiutato nella carriera, divenendo soprattutto la sua copialettere e quella che  dirigeva gli affari della casa e della vita artistica del celebre maestro.
 
Dopo la Strepponi, per Verdi contò moltissimo Teresa Stolz, con la quale se n’era andato per tre mesi, nel 1875, a Parigi, Londra e Vienna a dirigere la sua "Messa da Requiem". La Stolz lo assisterà anche in punto di morte e gli pagherà la costruzione della tomba alla Casa di Riposo.    
 
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