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Abolizione Storia dell'Arte nelle scuole: imperdonabile autogoal

giotto-lacrimeNel 2009 il ministro dell’istruzione di allora Maria Stella Gelmini, nella riforma dell’istruzione superiore, aveva deciso per un taglio netto dell’insegnamento della Storia dell’Arte. La scure della riforma aveva colpito anche altre materie come la Geografia, che aveva subito preso la sua ironica rivincita, facendo passare alla storia la ministra con la famosa gaffe sul tunnel tra il Cern ed i laboratori del “Gran Sasso”.

Bisognava adattarsi coi tempi, rendere la scuola più competitiva a livello internazionale, lasciare più spazio a materie moderne come informatica e inglese, queste le giustificazioni, che nascondevano l’ennesima volontà di non investire maggiori risorse nel settore didattico.

E in effetti fino a sette anni fa l’Italia era l’unico paese in Europa che provvedeva all’insegnamento della Storia dell’Arte, un primato che risale alla riforma Gentile del 1923. Nel 2007 la Francia, constatata l’effettiva bontà del sistema italiano, aveva deciso di imitarci.

Se fino al 2009 la Storia dell’Arte si studiava per tutti i 5 anni, la riforma Gelmini ha ridotto l’insegnamento a 2 ore a settimana nel triennio dei licei, da 7 a 3 nei licei artistici, e ha completamente abolito la materia negli istituti professionali, compresi Grafica, Moda e Turistico. A questo si aggiunge l’abolizione degli Istituti d’Arte, costretti a reinvestirsi come istituti professionali o licei artistici.

Scelta assolutamente logica se si pensa al fatto che l’Italia possiede il più grande patrimonio artistico del mondo, 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici, 43 siti Unesco, i quali hanno, però, un indice di ritorno economico 16 volte inferiore a quello degli Stati Uniti, 4 a quello francese, 7 volte sotto quello inglese.

Ma nonostante si cerchino sempre più vie disperate per ripianare bilanci e per rilanciare il Paese, questo particolare sembra sempre essere trascurato.

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Il grande regista Hitchcock nei momenti difficili della sua carriera usava il detto Run for Cover”, cioè nei momenti di smarrimento e difficoltà, quando le cose vanno male, per ripartire bisogna rifugiarsi in ciò che si è bravi a fare.  E forse che l’arte e l’aspetto umanistico della nostra cultura non potrebbe essere un nostro punto di forza economico e forse che non contribuiscono a darci quel modo di essere unico, come Paese e come persone, che ci da ancora una marcia in più nel mondo? La necessità di riformare la scuola e renderla più “al passo coi tempi”, più collegata al mondo del lavoro e alle necessità reali è un discorso fuori discussione. Ma, anche per questo, come farà un grafico a occuparsi di comunicazione visiva senza conoscere le radici della sua stessa materia o, soprattutto, un addetto nel settore turistico a guidare chi viene alla scoperta del nostro Paese e a valorizzare al meglio il suo territorio?

Forse la crisi nel settore turistico non deriva anche dal continuo sperpero ignorante che si fa della bellezza del nostro Paese? Forse che la posizione subordinata in tutti i campi artistici della nostra penisola non è dovuta a una masochistica volontà di copiare gli altri invece di investire sulle nostre peculiarità, di non cercare la qualità, ma il profitto immediato, di non sapere difendere, a tutti i livelli, l’unicità dei nostri prodotti e della nostra storia?

Non è forse meglio, in un mercato globale, puntare su ciò che rende unici piuttosto che su ciò che è comune?

E a tutti coloro che credono e hanno contribuito a creare una mentalità generale che etichetta il ramo del sapere umanistico come inutile nel mondo attuale chiedo, non è forse vero che uno scienziato o un economista con un background umanistico non abbia sviluppato maggiormente quella fantasia o pensiero laterale o logica filosofica o coscienza del bello e della vita che gli darà una marcia in più e una migliore capacità di problem solving?

Al passo coi tempi non vuol dire cancellare la storia. Non siamo forse come diceva Bernando di Chartres, nani sulle spalle dei giganti? Non sarebbe stato meglio, forse, piuttosto che cancellare i programmi, orientarli maggiormente verso la contemporaneità, creando maggiori possibilità di conoscenza di altre forme d’arte, della storia e delle problematiche degli ultimi cinquant’anni, cosa in cui i nostri studenti sono totalmente ignoranti?

Nonostante la raccolta di oltre 15 mila firme, l’appoggio esplicito del ministro per i Beni culturali Massimo Bray, la disponibilità di quasi 2500 precari pronti a insegnare la materia, la ministra Maria Chiara Carrozza non è riuscita ancora ad intervenire su quella riforma, nonostante in un tweet di fine anno aveva dichiarato come la questione Storia dell’Arte sarà un punto centrale nel 2014.

A cosa serve dunque la scuola? Serve, anche, io credo, a far sentire un individuo parte della società e della nazione in cui vive, a creare un’identità e un orgoglio verso il proprio Paese e la propria storia. Un’identità che nel marasma di culture della globalizzazione permetta di non smarrirsi. Serve a stimolare un interesse, a far conoscere le varie possibilità che la vita offre, a creare una cultura di base che non pensi all’individuo solo come una futura macchina da lavoro, ma come uomo, fatto anche e soprattutto di passioni. Serve a dare uno spirito critico per non creare una massa facilmente manipolabile dal potere e dai messaggi pubblicitari. Per questo credo che togliere la Storia dell’Arte, ennesimo attacco alla cultura umanistica, sia stato un grande autogol per l’istruzione su cui è necessario, al più presto, intervenire.

G. Masi

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