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Expo 2015 Milano: intervista all’architetto Giorgio Martino

Se mi capita di pensare a Expo 2015 mi pongo molte domande e, alcune di esse, riguardano le modifiche urbanistiche ed architettoniche della città di Milano. Avendo avuto occasione di incontrare un architetto dal background molto ricco ed internazionale, il milanese d’adozione Giorgio Martino, ho colto l’occasione per chiedere l’opinione dell’esperto e farmi raccontare anche qualcosa sul mondo dell’architettura in Italia e nel mondo.
 
Quando, per cominciare la nostra chiacchierata, gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa di sé, tra vita e attività, Giorgio Martino ha attaccato dicendo: “Diciamo che non so cos’è la parola NOIA”. E da quel momento, l’architetto di origini genovesi, mi ha raccontato una vita poliedrica, fatta di tanti viaggi ai confini del mondo, con spedizioni e ricerche, spesso in 4x4, che lo hanno portato in Kenya e Tanzania, dall’Egitto al Sudan, in Unione Sovietica attorno al Caucaso e Mar Nero, in Giappone, Lapponia, Cina…
 
Dopo la laurea in architettura e il diploma in yacht design, Giorgio Martino si è dedicato soprattutto alla ri-progettazione di vecchi spazi industriali e, tra i primi a Milano, si è concentrato sulla tipologia dei loft, ma “quelli veri, stile newyorkese e non super ‘leccati’ come si usa ultimamente”, con il progetto di valorizzazione del quartiere Bovisa (BauBau’s Factory, dal 1990 al 2008). Questo progetto è stato uno di quelli che gli ha dato (e gli dà tutt’ora) più soddisfazione, insieme all’ampliamento della DanceHaus di Susanna Beltrami (2011 - Milano) che “mi ha anche consentito di partecipare alle formidabili iniziative dell’Accademia in qualità scenografo e consulente artistico”, alla progettazione del nuovo museo nazionale afghano a Kabul nel 2012 e al progetto UNESCO per il monastero di Panagia Chozoviotissa nell’isola di Amorgos in Grecia. Dal 2005 Giorgio Martino è anche insegnante allo I.E.D. di scenografia e progettazione di interni e dal 2012 ha “inventato”, con Matteo Rigamonti, il progetto educational MediterraNew, nato con l’obiettivo di trovare nuove e sostenibili linee guida per la valorizzare e riqualificazione di siti mediterranei di particolare interesse  ambientale, storico, architettonico e sociale.
 
 
D: Che cosa pensa dei progetti per Expo 2015?
 
Finalmente Milano ha uno skyline un po’ più europeo e moderno (io dico che ciò non è male) anche se riesce comunque a mantenere ancora abbastanza bene la sua natura. Dire che siamo in ritardo non sarebbe certo uno scoop ma, a sensazione, direi proprio che siamo tremendamente in ritardo (forse neanche questa affermazione non è una novità).
Parlerei solo un attimo di vie d’acqua: si parla di scoperchiare, mostrare, valorizzare, ma fintanto che non si ridà un senso al naviglio ciò sarà soltanto un esercizio dialettico. Io sono un uomo di mare, uno che naviga davvero, e l’idea di guardarlo soltanto (il Naviglio) lo trovo estremamente stupido. Io vorrei poter percorrerlo sia di fianco, senza vedere sporcizia e topi, sia dentro, utilizzando barche e altri mezzi ecologici. Nei miei progetti c’è da anni la realizzazione del mio studio galleggiante in Darsena, ma non su una chiatta “morta” bensì su una vera barca fluviale in grado di portarmi, una volta spento computer e plotter, il più lontano possibile verso il delta del Po. Credo che rimarrà un sogno per un bel po’.
 
D: Può raccontarci cosa significa, secondo lei, fare architettura oggi e come viene intesa la professione dell’architetto in Italia e nel mondo?
 
R: Per me essere architetto significa, fondamentalmente, progettare “lo star-meglio” con “buon-senso” e gioia. Mi piace, inoltre, prendere con leggerezza (che non è sinonimo di superficialità) le “cose serie” e con serietà (che non è sinonimo di pesantezza) le “cose leggere”, sia nella vita che nella professione. La professione dell’architetto in Italia è certamente molto limitata da un’enormità di vincoli e leggi di cui una gran parte non risolvono le domande del come “star bene”. Solo una piccola parte del lavoro che ci dà da mangiare ci regala soddisfazioni creative… per questo dedico parte del mio tempo ad inventarmi gli spazi e gli argomenti dove incanalare un po’ di creatività.
Il mondo è grande e non è facile sintetizzare in poche parole i modi di fare la mia professione a Nord, a Sud a Est o a Ovest… ma, tornando al ME, mi piacerebbe fare presto qualcosa da qualche altra parte, dove si sente di più il “bisogno”, dove ogni “qualcosa” è già “tanto” e dove il “poco” diventa forse ancora più interessante.
 
D: Che consigli darebbe ai giovani che sognano di diventare architetti?
 
R: Un po' per scherzo, ai miei allievi dico: “smettete fintanto che siete in tempo!”… così vedo chi non si scoraggia e tira fuori grinta e passione. È ovvio che ci voglia passione e passione è anche sinonimo di sofferenza, finalizzata, però, sempre al raggiungimento della felicità! Qualcuno dovrà pur capire qual è la sua “passione” (il mio problema è che ne ho tante).  A quelli che lo hanno già capito, l’unica cosa da suggerire è quella di usare il buon senso  e non perdere tempo.
Mi preme inoltre sempre ricordare ai giovani che la sfiga non esiste quasi mai e, in realtà, si manifesta come un parassita che si attacca agli errori già fatti e maturati. La fortuna invece esiste eccome! Bisogna saperla riconoscere e chiamarla a gran voce quando si intravede in mezzo al gran casino che ci circonda. Quindi ai giovani che vogliono fare gli architetti (ma anche a quelli che vogliono fare i medici, gli economisti, gli avvocati, i cuochi o i falegnami, ...) non posso che dire: OCIO!
 
D: Progetti per il futuro?
 
R: Progettare spazi belli in luoghi adatti. E poi sempre più viaggi, possibilmente via terra, (anche se sono più di 40 anni che vado per mare, per me il vero viaggio è via terra) non importa se verso Est o verso Ovest, tanto il mondo è tondo.
Nell’immediato futuro vorrei fare iscrivere nel patrimonio UNESCO per la Grecia il monastero di Amorgos e mettere a frutto due anni di lavoro di MediterraNew con un’élite di studenti e giovani professionisti.
MediterraNew rappresenta un’ “avventura/workshop” pensata per giovani progettisti ed incentrata sulla conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico mediterraneo con una particolare attenzione ai budget (spesso limitati) che sono a disposizione e con un approccio multidisciplinare.
 
D: Infine, vista la sua grande passione per i viaggi, non posso astenermi dal farle un’ultima domanda in merito: quale itinerario tra quelli che ha fatto consiglierebbe, come imperdibile, ai lettori di MilanoFree.it?
 
R: In Asia tornerei in due luoghi: 1) Iran per il paesaggio ma soprattutto per la sua straordinaria e ospitalissima popolazione - tra l’altro potrebbero esserci due progetti in arrivo grazie al mio compagno di ventura iraniano, Behnam Shakiba. 2) Karakoram HighWay da Rawalpindi (Pakistan) al confine cinese sul Kunjerab Pass (andata e ritorno non farebbe male) e, avendone la possibilità come io l'ho avuta nel 98, raggiungere Kasghar, capitale dello Xinjiang ai margini del deserto del Taklamakan nel far west cinese. Adesso avrei voglia di Africa; tornerei in quella “nera” orientale od occidentale… indifferentemente, basta che sia nera, ma, ovviamente, arrivandoci piano piano e via terra, forse ancora a bordo di un’Ape (riferimento  alla “EurAsia Expedition 98”: da Lisbona e Pechino a bordo di due tricicli Ape Piaggio da 218 cc., ndr)!
 
Concludiamo con una buona citazione?
Travelling not only open your mind, but change it
Bruce Chatwin, Anatomy of restlessness, 1997
 
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