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Felice chi è diverso: Gianni Amelio presenta il suo nuovo film sull'omosessualità al Cinema Mexico

gianniamelio filmAnacronistico, riduttivo, equivoco, nostalgico, irrilevante. Questi gli aggettivi più ricorrenti tra i denigratori dell'ultimo documentario di Gianni Amelio, recentemente presentato al 64° Festival di Berlino, dal titolo "Felice chi è diverso", in uscita nelle sale giovedì 6 marzo. Il motivo di un'accoglienza così fredda, seppur controbilanciata da altrettante critiche entusiastiche, risiede in aspettative disattese di ordine politico e sociale. Mai che si prenda un film esattamente per quello che è, ovvero un prodotto artistico ottenuto attraverso tecniche precise e sue proprie. Molti giornalisti, di certo non critici cinematografici di professione, pretendono che un film insegni ad affrontare o a leggere il reale ritenendolo tanto più valido quanto più esplicita una morale più o meno consolatoria.

Il documentario di Gianni Amelio non si erge ad opera didattica sul tema dell'omosessualità, ma presenta, letteralmente, i molteplici volti che l'hanno vissuta in fasi storiche ben più repressive, coercitive e conformiste di quella attuale.
Aureliano Verità sul "Fatto Quotidiano" esprime la sua perplessità già rispetto al titolo: "Diverso? Andare a demarcare la diversità in un documentario che racconta la storia di chi ha vissuto il peso della discriminazione sessuale può risultare un'ulteriore pugnalata verso chi, per anni, si è sentito un "invertito", un "capovolto", un "diverso", appunto" e si dice poi preoccupato che la parola "diverso" possa suscitare, nell'inconscio del pubblico medio, la pericolosa associazione gay=diverso=sbagliato ed etero=normale=giusto.

A questo punto insorgono le seguenti obiezioni: il cosiddetto pubblico medio, a meno che non incappi nella sala per caso, non sarà neanche mai attratto da un film del genere, quindi non c'è pericolo di fraintendimento; coloro che ne sono invece interessati sono già sensibile al tema, oltre che informati, presumibilmente colti e consapevoli; da qui, il grande problema della cultura italiana, se non della cultura in generale, cioè il suo essere completamente, inutilmente, irrimediabilmente, auto-referenziale ed auto-alimentantesi. Sarebbe straordinario se un film, un articolo o un libro, potessero ammorbidire i razzisti, i guerrafondai e gli omofobi più intransigenti, così come educare gli ignoranti alla curiosità e gli ottusi all'apertura, ma questi rappresentano uno zoccolo troppo duro perché si dia tutto il peso della responsabilità della loro elevazione ad una sola opera d'arte.

Il documentario di Amelio, il cui titolo non è che la citazione di una poesia di uno dei più grandi e sottovalutati autori italiani del Novecento, Sandro Penna ("Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune"), celebra la diversità in generale quale valore distintivo nella mediocrità. Poco importa che si tratti di omosessualità o di altro, anche se certamente questo tema assurge nel film ad emblema privilegiato di tutte le altre diversità.

20 interviste, tra cui una all'attore teatrale Paolo Poli, una al cantautore Umberto Bindi ed una a Ninetto Davoli che narra l'origine del suo rapporto con Pier Paolo Pasolini, raccontano altrettanti punti di vista sulla diversità proprio negli anni in cui venne massimamente rigettata, durante e dopo il fascismo.

Il film-verità risulta un pezzo di bravura di pasoliniana memoria, non molto dissimile appunto dal famoso "Comizi d'amore" degli anni Sessanta, realizzato intervistando contadini così come letterati (Moravia, Ungaretti, Fallaci, Cambria) sul tema della sessualità.

A dimostrazione di quanto l'Italia sia arretrata sul tema, soprattutto per colpa di un'industria culturale evidentemente troppo abnegata alle ragioni politiche, l'unico cinema a Milano ad aver accolto il documentario è stato il Cinema Mexico di via Savona, 57 dove sabato 8 marzo alle 21 verrà presentato dal regista stesso in carne e ossa.

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