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Pietro Buono. Un pittore campano alla corte del Moro?

La sagrestia della chiesa ambrosiana di Santa Maria Segreta, ignota ai più, custodisce un capolavoro del tutto inatteso: una pala d’altare di scuola aragonese. L’opera, capolavoro nel suo genere, raffigura l’Incoronazione della Vergine, celebrata con tono elevato e aulico da Dio Padre e Cristo in persona, entrambi rivestiti di sfarzosi paramenti di broccato e oro; ai lati, la composizione è circoscritta dalle monumentali figure di San Cristoforo e San Giovanni Battista. Sul gruppo pittorico incombe la colomba dello Spirito Santo, attorniata da una corona di cherubini musicanti. 

La tavola rappresenta un caso del tutto eccezionale nell’ambiente ambrosiano di fine Quattrocento, che allora stava vivendo un’epoca di grande splendore con la pittura di Leonardo, Bramante e di pennelli meno altisonanti ma altrettanto invidiati all’estero, come quello di Ambrogio da Fossano detto il Bergognone e della coppia Bernardo Zenale – Bernardino Butinone.

La pala in questione, infatti, è un capolavoro della pittura napoletana della fine del XV secolo: le aureole traforate, il fondo aureo punzonato e il tipico pavimento a piastrelle o rajoletas valenzane manifesta forti influssi stilistici fiamminghi e catalani.

Gli stessi motivi ricorrono anche in maestri più noti come Colantonio del Fiore, che appartenne alla generazione precedente e che, tra le altre cose, fu anche il maestro di Antonello da Messina. Non a caso, l'esempio dei due pittori citati convive con la luminosità avvolgente del francese Jean Fouquet e con il senso plastico e monumentale della grande scultura gotica francese. Lo studio analitico, sottilissimo nei particolari delle vesti, si staglia su un fondo aureo con fluenti e flessuose pieghe spezzate.

befulco3L’Incoronazione è stata attribuita a Pietro Befulco detto “Pietro Buono”: un artista di origine salernitana ma residente a Napoli, dove la sua attività fu documentata tra il 1471 e il 1506. L’opera potrebbe collegarsi a un documento del 5 ottobre 1492; a quella data il priore della chiesa di S. Maria delle Grazie a Caponapoli, lo spagnolo fra’ Martino Frexinal, aveva offerto 50 ducati d’argento al pittore, per una pala d’altare raffigurante l’Incoronazione della Vergine e, nella predella, la Flagellazione di Cristo e l’Andata al Calvario: queste due tavolette, oggi smembrate, sono ancora miracolosamente conservate al Museo della Certosa di San Martino a Napoli, mentre la tavola principale parrebbe essere proprio quella misteriosamente finita a S. Maria Segreta. 

L’opera milanese si colloca nel momento stilistico più felice di questo pittore misterioso (per alcuni critici Pietro Befulco e Pietro Buono non sarebbero nemmeno la stessa personalità…) quando Alfonso II d’Aragona stava riqualificando dal punto di vista artistico la capitale del suo regno. 

Sul finire del secolo, infatti, il nuovo re stava perseguendo, proprio come il Moro, una politica di prestigiose committenze artistiche, sebbene sulla scia di gusti antitetici. (Nella foto: un'opera di Pietro Buono a confronto, conservata presso Laino Castello in prov. di Cosenza).

Nonostante la vivacità culturale della corte aragonese, accompagnata dalla presenza di importanti umanisti e letterati, i numerosi influssi fiamminghi e iberici che s’incrociarono a Napoli non riuscirono a sintetizzarsi del tutto in un linguaggio stilistico originario e unitario, come invece andava accadendo a Milano in quegli stessi anni, per via dei gusti ancora “feudali” del re straniero: riflesso di una sostanziale indifferenza verso le nuove istanze della pittura rinascimentale italiana. La chiamata a corte di artisti forestieri di provenienza disparata, come il maiorchino Guillermo Sagrera, il dalmata Francesco Laurana e il lombardo Domenico Gagini per il rinnovamento del Maschio Angioino, a tal proposito, parla chiaro.

befulco4Indagando tra le pagine della storia veniamo a scoprire che re Alfonso II di Napoli era alleato degli Sforza di Milano. Già nel settembre 1465, quando era ancora duca di Calabria, Alfonso sposò in una cerimonia fastosa Ippolita Maria Sforza, figlia di Francesco Sforza. Più tardi, nel 1479, un giovane Ludovico Sforza duca di Bari, non ancora detto “il Moro”, non si creò problemi a persuadere il sovrano aragonese sulla possibilità di dargli una mano per ottenere il controllo di Milano ai danni del fratello Galeazzo Maria, in cambio di un matrimonio spregiudicato tra suo nipote Giangaleazzo e la figlia Isabella d’Aragona: episodio interessante, quanto poco noto. Lo stesso Alfonso, con quel matrimonio, covava torbidi sogni di conquista del ducato Sforzesco.

L'invasione d’Italia da parte di Carlo VIII, scatenata, per uno scherzo del fato, proprio dalla politica spregiudicata del Moro, mise fine ai sogni di gloria di Alfonso II nel 1495.

befulco1A quale motivo va imputata la presenza di una pala del Rinascimento napoletano alla corte Sforzesca? Forse al mecenatismo dei due dinasti, o a uno scambio di artisti, tanto di moda alla fine del Quattrocento? Pietro Befulco detto “Buono” era un maestro ben inserito nel gusto catalano della corte partenopea, tanto da giustificare l’ipotesi di un viaggio di studio in Spagna; forse, chissà, anche a Milano, presso la corte Sforzesca? 

Improbabile. Visto lo smembramento dell’opera, è più credibile pensare che la tavola principale sia stata acquistata, se non addirittura rubata nel corso del XIX secolo su commissione di qualche intenditore d’arte, e rocambolescamente finita a Milano: o forse, più semplicemente, si tratta di un deposito esterno della Pinacoteca di Brera, presochè obliato nel corso degli anni? 

il grande interesse per l’opera e la sua collocazione bislacca potrebbero alimentare nuovi studi e magari chissà, una tesi di laurea. Chiunque un giorno volesse approfondire il mistero di “Pietro Buono” attraverso gli archivi ambrosiani e napoletani è caldamente pregato di comunicarci le sue nuove scoperte. 

Marco Corrias

 

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