Ruanda, vent'anni dopo. Per non dimenticare

rwandaEra il 6 aprile del 1994 quando l'aereo su cui viaggiava Juvénal Habyarimana, l'allora presidente Hutu del Ruanda, fu abbattuto da un missile terra-aria, poco prima di atterrare all'aeroporto di Kigali.

Mai si trovò il colpevole dell'attacco al presidente, ma fu questa la goccia che fece traboccare quel vaso ricolmo di odio razziale e distinzione di etnie, la cui origine è molto lontana.

Furono i primi coloni europei, prima tedeschi poi belgi, a introdurre e amplificare il concetto di razza, tra il popolo ruandese. Basandosi fondamentalmente sulla fisionomia delle due principali etnie, Hutu e Tutsi, interne al Paese, i coloni individuarono due razze distinte.

Da una parte i Tutsi, alti e slanciati, dai tratti più fini e più simili alla perfetta razza caucasica. Agricoltori e pastori, possessori di terre e bestiame. La parte ricca e favorita del Paese. Dall'altra gli Hutu, di media altezza. Gli schiavi, i poveri, coloro che avevano dovere e diritto di subire qualsiasi ingiustizia.

I belgi ci misero del loro ad ampliare la distanza tra le due etnie, introducendo le carte d'identità su cui era obbligatorio specificare l'etnia di provenienza, e insinuando nel Paese delle Mille Colline l'idea che la razza Tutsi fosse superiore.

Era forse più facile, così, conquistare l'intero dominio di un Paese diviso e in lotta.

Tra il 1959 e il 1962 gli Hutu, sotto spinta belga, riuscirono a conquistare il potere, e a dare vita alla Repubblica Ruandese.

Da allora, le persecuzioni e i massacri non si sono mai fermati. Il complesso d'inferiorità degli Hutu è stato rivendicato tramite le più atroci ingiustizie nei confronti dell'etnia Tutsi.

L'apice dei massacri risalgono proprio a venti anni fa. Per 100 giorni, dal 6 aprile 1994, le strade del Ruanda si macchiarono di rosso sangue e violenza, di odio e disumanità.

Complici i mezzi di comunicazione, su tutti i giornali e le radio (Kangura e RTLM), semplici e quieti cittadini Hutu si trasformarono, spinti dalle provocazioni di estremisti invasati, in atroci e spietati assassini, in missione per estirpare il male dal Paese. Quel male che era causa della crisi economica e finanziaria, e della malasorte del Ruanda.

Mariti hanno ucciso mogli.
Bambini sono stati sterminati a colpi di machete.
Donne sono state violentate e dilaniate da chiodi.

Più di 20.000, i bambini colpevoli di essere nati dagli stupri durante i giorni del massacro ruandese. Oggi a lottare contro la colpa della propria origine.

Più di 800.000 le vittime di un odio immotivato e indotto.

E intorno, il silenzio.
Di un Occidente, timido e inerte, che non è intervenuto e non ha parlato.

Il 21 aprile, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU riduce da 2.500 a 270 gli uomini della Minuar, missione internazionale in Ruanda.

La stampa internazionale tace e non informa.

Il Belgio ritira le sue truppe.

Ma non sono bastati silenzio e indifferenza, per rendere colpevole il resto del mondo del massacro ruandese.

La Cina, nel 1993, ha venduto 600.000 machete allo stato ruandese.

Nel 1990, l'ex Segretario generale dell'ONU, Boutros Boutros-Ghali, allora Ministro degli Esteri in Egitto, fece un affare per 18 milioni di sterline vendendo bombe di mortaio, lanciarazzi, granate e munizioni in Ruanda.

E noi, eravamo probabilmente troppo occupati a smaltire i pranzi di Pasqua e Pasquetta per occuparci di uno dei più grandi genocidi di tutti i tempi e del XX secolo.

E ora, , in questo 7 aprile, a vent'anni di distanza dal massacro, laviamoci dalle nostre colpe celebrando la Giornata Nazionale del Genocidio Ruandese.

Canzone consigliata: Albertine, di Brooke Fraser.

Clara Cappelletti

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