Una miriade di leggi regionali

burocraziaL'italia, il nostro bel paese. Da quando vige la costituzione, la nazione si è divisa in regioni, che tutti conosciamo perfettamente.

I costituenti quando formarono il blocco della potestà legislativa di queste ultime, aveva in mente un piano ben preciso: essi si erano resi ben conto che la sola legislazione nazionale non poteva andare incontro a un territorio così variamente caratterizzato, così decisero di dotare L'italia di un modello legislativo del tutto peculiare in Europa, che non è stato replicato o simulato fino ad ora.

La costituzione concede infatti alle leggi emanate dalle regioni un potere molto forte: esse infatti vanno ad assumere il rango di "fonti primarie" del diritto, allo stesso livello della legge nazionale per esempio. Questo significa, in parole povere, che nessuna legge regionale può essere abrogata da una legge nazionale antecedente ad essa, ma solo da una successiva (per il principio della gerarchia e il principio cronologico secondo cui organizziamo le nostre fonti giuridiche); le leggi regionali a statuto speciale hanno adirittura un rango costituzionale, ossia esse non sono abrogabili nemmeno da parte delle leggi nazionali, rappresentando lo schema essenziale della regione stessa.

Dunque ci troviamo di fronte a un modello unico di sistema legislativo, che dà molto potere alle regioni per quanto riguarda la disciplina interna ad esse.

Ora, il sistema come sempre concettualmente è impeccabile, peccato che nell'applicazione pratica italiana esso è finito per essere abusato da parte delle regioni, che hanno cominciato a legiferare a ritmi sostenuti fin dai primi anni '90. Così oggi ci troviamo ad avere, nel nostro ordinamento, circa 20.000 leggi regionali, più o meno lo stesso numero delle nazionali attualmente vigenti: un fenomeno anomalo non previsto dai nostri costituenti, che sta costando parecchio al nostro paese. Il confronto con i paesi esteri è a dir poco impietoso: paesi come la Francia e la Gran Bretagna non prevedono alcuna legislazione regionale, e hanno per di più un numero di leggi nazionali molto inferiore al nostro. Inoltre si deve considerare che molte di queste leggi sono inutili o quasi: dettano principi generali molto astratti, andando a intasare un ordinamento che non proprio bisogno di dettami vuoti senza interessi, in un tempo dove tutto viene pesato con la tara del denaro.

A rimetterci in questo marasma di leggi, così eterogenee e astratte, sono le imprese, che lamentano un danno alla velocità di produzione soprattutto negli spostamenti interni, dove ormai è impossibile trovare due modelli legislativi uguali in due regioni diverse per quanto riguarda il funzionamente di un'impresa o di una società. Per non parlare del mercato del lavoro, che insieme ai contratti collettivi nazionali creano un caos mai visto. Per questo ultimamente sta alzando la voce chi vorrebbe meno potere in mano alle regioni, in favore di un accentramento delle competenze legislative che non sarebbe poi così scorretto considerare. Basti pensare al caso delle multe per la permanenza prolungata sui parcheggi a pagamento per le automobili: non esiste una legislazione su questo argomento, e il ministero si ritrova a voler battagliare con le regioni che vogliono gli introiti delle multe su queste infrazioni, che tuttavia non sono previste dal codice e quindi non sono applicabili. Insomma, forse è necessario, nel processo di ringiovanimento e riforma della costituzione, pensare anche a limitare il potere delle regioni, e soprattutto pensare a come smaltire quell'enorme blocco legislativo inutile che ora come ora grava sul nostro paese, pesante quasi quanto le tasse e il debito.

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