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Beni Culturali sotto le bombe: Conferenza sulla salvaguardia al POLDI PEZZOLI

Si è tenuta il 7 maggio presso il museo Poldi Pezzoli la conferenza  “I Monuments Men e le istituzioni per la salvaguardia del patrimonio artistico durante la Seconda Guerra Mondiale”: un appuntamento emozionante che ha ripercorso momenti drammatici della vita culturale del Paese, dei quali si è ricordato il coraggio e la forza impiegata per la restituzione della bellezza del nostro patrimonio.

Museo Poldi Pezzoli facciata

Introduce Annalisa Zanni, direttrice del Museo, che presenta gli altri relatori: Cecilia Ghibaudi funzionaria della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici di Brera, ha narrato i fatti dal punto di vista delle istituzioni italiane mentre Ilaria Dagnini Brey, autrice del volume “Salvate venere!”, ha parlato delle vicende degli alleati che contribuirono alla salvaguardia dei beni dal 1943 al 1945.

La dottoressa Zanni ci ha mostrato foto dello stato in cui si trovava  il museo Poldi Pezzoli nel 1945, e l’importanza del ricordo della forza dei protagonisti del passato, per poter progettare il futuro. Quest’anno infatti ricorre il settantesimo anniversario del bombardamento alleato su Milano: il 13 agosto 1943. Viene proiettato un cinegiornale del 1943 che mostra il volto devastato della città. Crollò, ad esempio, la facciata quattrocentesca dell’Ospedale Maggiore e una pioggia di bombe colpì tutti i luoghi adiacenti al museo il 7 agosto, fino alla notte fatale del 13. Il danno fu immane proprio per la progettazione originale delle sale, nelle quali il collegamento tra contenuto e contenitore fu perso per sempre. Fortunatamente fin dal 1939 la soprintendenza aveva già messo in sicurezza le opere mobili.

Cecilia Ghibaudi ci parla della tempestività istituzionale. Già dal 1934 Bottai, l’allora Ministro per la Pubblica Istruzione, sotto la quale dipendevano allora le Sovrintendenze, chiedeva di fornire elenchi di opere da ricoverare in caso di conflitto. Ma la minaccia di un impoverimento dei musei europei era sempre più critica: Hitler mediante Otto Baum redigeva elenchi di opere di autori tedeschi di cui reclamava la restituzione ed era stato ottenuto un permesso speciale da Mussolini per l’esportazione, inoltre nascevano associazioni nate con l’intento di requisire. Anche Goering fu un grande collezionista “accaparratore”.

bomba milano 2

In Italia furono allontanate opere dai musei, e spostate in rifugi lontano dai centri potenzialmente bombardabili. Si contavano solo nell’Italia centro-settentrionale 23 rifugi. C’è una foto che ritrae camion che escono da Brera,  e casse colme di libri dalle Braidense lasciarono Milano. L’altare di Vuolvino in S. Ambrogio raggiunse la Biblioteca Vaticana. 

Dal settembre del 1943 i tedeschi si ritirano e quindi le opere spostate al centro dovettero risalire a Nord, in certi casi è provvidenziale l’intervento invece dello Stato Pontificio che con vagoni speciali trasferiscono beni al suo interno. Ma restava il problema di dover continuamente cambiare rifugio. Si ricorda quello del Villaggio Sanatoriale di Sondalo, in Valtellina, che custodì opere preziosissime da tutta Italia, e dove si realizzarono camere segrete. Vediamo però anche immagini di felici rientri francesi, come la Gioconda e la Nike di Samotracia; purtroppo per l’Italia non vi è documentazione a riguardo.

L’intervento della Dagnini si apre con un paradosso: gli stessi autori delle bombe che devastarono Brera furono coloro che crearono i Monuments Men per salvare i Beni culturali, celebrati nell’omonimo film di Gerge Clooney.

In principio fu istituita la Commissione Roberts del Dipartimento della Guerra: si prepararono mappe delle città italiane che segnalassero le collezioni più importanti, al fine di risparmiarle dagli attacchi , poi si selezionarono ufficiali con una preparazione militare sufficiente ma che nella vita civile erano architetti, storici dell’arte o artisti.

Intervennero sul campo dal luglio 1943 in Sicilia: i Monuments Officiers, cercavano di lavorare insieme alle Sovrintendenze per  sorvegliare i Beni distrutti e, in certi casi, riparare come possibile ai danni occorsi. Serviva anche la delicatezza di capire che prima di tutto c’era un popolo stremato. I sovrintendenti erano disorientati: non si capiva se gli spostamenti allontanassero o meno dal fronte le opere d’arte; ma l’aiuto degli U.S.A. valeva anche  per compiti  non banali in tempi di guerra, come reperire la benzina e i mezzi di trasporto.

monum men altra

La Toscana fu zona di battaglia feroce. A Firenze i tedeschi distrussero tutti i ponti tranne Ponte Vecchio che però ebbe demoliti tutti i caseggiati medievali dell’area adiacente. Esemplificativo della tipologia di intervento fu il caso del camposanto di Pisa,  trovato dagli alleati senza la copertura, che crollò sugli affreschi. Le squadre di intervento cercarono materiali adeguati per la ricostruzione, protessero dalle intemperie e dal vandalismo. Si appoggiarono a maestranze locali ma non presero decisioni al posto dei Sovrintendenti, le scelte artistiche rimanevano di competenza di queste ultime.

Termina la conferenza una carrellata su alcuni protagonisti:

Roger Ellis, archivista inglese, per la sorveglianza delle macerie dell’Abbazia di Montecassino.

Basil Marriot, architetto che si occupò delle Tre Venezie,

Perry Cott di Princeton. Organizzò a Roma una celebre mostra con le opere ricoverate, in seguito si occupò dei monumenti in  Lombardia.

Dean Keller, professore di pittura a Yale, responsabile per la Toscana e in particolar modo per il camposanto di Pisa.

Frederick Hartt, storico dell’Arte specialista in Michelangelo, da Firenze da cui ricevette residenza onoraria, intervenne in seguito come volontario per l’esondazione dell’Arno nel 1966.

MichelaMichela Ongaretti 

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