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Wall Of Dolls: Una CONTROVERSA INSTALLAZIONE

Dal 21 giugno, in occasione della settimana della moda maschile, chi passa per via De Amicis 2 si trova di fronte all’installazione Wall of Dolls, su una delle pareti della  "Casa dei diritti".

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Si compone di una rete metallica alla quale sono state applicate moltissime bambole di ogni foggia e colore, materiale e dimensione. Cinquanta brand di moda hanno realizzato altrettante bambole che rappresentano il made in Italy, oltre scrittrici, artiste, e sedici associazioni onlus. Troviamo un invito scritto a lasciare anche noi persone comuni, il nostro contributo.

Wall of Dolls è stata presentata a Palazzo Marino dagli assessori Pierfrancesco Majorino e Cristina Tajani, Jane Reeve, amministratore delegato della Camera della Moda e Jo Squillo, testimonial dell’installazione. Era presente anche Valentina Pitzalis, prova vivente delle atrocità subite.

L'intento dell'installazione è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica sul fenomeno della violenza sulle donne.

La sua presentazione è stata fatta coincidere con la settimana della moda maschile, proprio perchè sono gli uomini i principali responsabili degli abusi, che si invitano così a prendere coscienza del fenomeno. Attraverso l'apposizione di una bambola si chiede riflessione, per creare una nuova cultura del rispetto della donna. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità soltanto in Europa una donna su tre 1 su 3 ogni giorno è vittima di maltrattamenti. Sensibilizzare è quindi necessario e doveroso perchè la violenza è spesso nascosta: recenti fatti di cronaca hanno dimostrato che fino all'estrema ingiuria, nessuno è intervenuto, per omertà di amici e famigliari, o semplicemente perchè la legge non aiuta chi viene sopraffatto tra le mura domestiche, dove dovrebbe essere protetto.

L’opera doveva rimanere soltanto per una settimana, ma si sono aggiunti sempre più contributi, anche sottoforma di frasi su foglietti, quindi rimarrà in essere e si prevede faccia tappa nelle principali città italiane e europee. Il 20 settembre sono arrivate anche le creazioni delle mamme detenute di San Vittore, grazie al laboratorio tenuto dall’artista Patrizia Fratus e dalle giornaliste della 27Ora.

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Jo Squillo ha promosso l'iniziativa in collaborazione con Intervita, l'ong che si impegna a tutelare i diritti di bambini, donne e disagiati, insieme ad altre associazioni umanitarie, giornaliste e scrittrici. Quelli che però sono più rimarcati e indicizzati sono gli interventi delle case di moda che hanno appositamente creato delle bambole.

Non intendiamo in questa sede citare i brand interessati, a noi interessa l'intervento nel suo insieme, ma basta scorrere i risultati di un qualunque motore di ricerca per essere attratti dalle gallery delle bambole realizzate dalle griffe. Purtroppo sorge un dubbio: se non vi sia un uso strumentale di questa sensibilizzazione. Si cita "la moda milanese scende in campo contro la violenza sulle donne", e a noi pare un'esagerazione, dato che si auspica utopisticamente che proprio la moda detti codici etici oltre che tendenze di stile.

Premettiamo, comunque è un bene che se ne parli: lodevole l'iniziativa da chiunque provenga. Però su cosa si basa la lotta contro il fenomeno? Leggere che sono "protagoniste le bambole, simbolo di quella femminilità troppo spesso violata", non aiuta. Non è il concetto di femminilità a dover essere esaltato, ma la violenza, il fatto che esista aldilà di come è una persona: non è la femminilità ad essere violata ma il diritto ad esserci come essere umano. Troviamo la bambola stessa un simbolo povero, la femminilità per come viene intesa legata a stereotipi. Jo Squillo ha detto: "penso che essere donna rimane la nostra arte migliore. Cura, comprensione, armonia e consapevolezza le nostre armi contro tutta questa brutalità". Non concordiamo: che la Donna debba essere comprensiva e accogliente, e bella come ci viene richiesto, è un modello maschilista, e bisognerebbe abbattere tali modelli di genere. Si ha diritto anche a riceverla, questa comprensione, anche senza essere bambole con una taglia 38. Siamo donne, oltre le gambe c'è di più.

Michela Ongaretti

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