TFR IN BUSTA PAGA: pro e contro

Il trattamento di fine rapporto, la classica buonuscita proporzionata agli anni di servizio svolti che tutti i lavoratori italiani percepiscono a fine carriera lavorativa da quando fu introdotta nel 1927, non è nient’altro che un’indennità di anzianità che viene erogata in tutti i casi di cessazione del rapporto di lavoro:  licenziamento, dimissioni, raggiunto limite pensionabile.

Il Governo in questi giorni ha proposto di versare il 50% del TFR maturato mensilmente che normalmente sarebbe stato accantonata in azienda o diretto verso un fondo pensionistico integrativo direttamente nelle buste paga dei dipendenti, operazione per dar fiato alle famiglie sempre più in difficoltà per il perdurare della crisi economica nella speranza di rilanciare i consumi. Si tratterebbe più o meno di una mensilità all'anno.

Ma cos’è il TFR?
La legge riconosce ai lavoratori subordinati il diritto di un trattamento di fine rapporto, ai sensi dell'articolo 2120 del Codice Civile che stabilisce: «In ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto. Tale trattamento si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all'importo della retribuzione dovuta per l'anno stesso, comprensiva di tredicesima e quattordicesima,  divisa per 13,5.
(Es.: per una retribuzione mensile di 1.000 euro la quota di TFR annuale accantonata è 1 037 euro, rivalutata annualmente con applicazione di un tasso costituito dall'1,5 per cento in misura fissa e dal 75 per cento dell'aumento dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, accertato dall'ISTAT, rispetto al mese di dicembre dell'anno precedente e questo valore viene tassato all’11 per cento).

Tutt'oggi il lavoratore con almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro può richiedere un’anticipazione del TFR non superiore al 70% sul trattamento cui avrebbe diritto nel caso di cessazione del rapporto alla data della richiesta nei seguenti casi:
- Spese sanitarie per terapie ed interventi straordinari riconosciuti da strutture pubbliche;
- Acquisto prima casa per sé o per i figli, documentato da atto notarile o con mezzi di prova idonei;
- Spese da sostenere durante i periodi di astensione facoltativa per paternità fruibili fino al compimento dell'ottavo anno del bambino;
- Spese per congedi di formazione.

La proposta in discussione in questi giorni, secondo le ultime simulazioni, consisterebbe in circa 64 euro mensili in busta paga per un impiegato, 57 euro per un operaio e 88 euro per un quadro, calcoli previsti se il governo mantenesse la tassazione separata del Tfr con un'aliquota agevolata del 23%. Se invece venisse applicata l'aliquota ordinaria in base al reddito, l'imposta Irpef potrebbe addirittura raddoppiare per i redditi alti. Da 28 a 55mila euro lordi annui, infatti, l'aliquota sale al 38% per passare al 41% fino a 75mila e poi al 43%. In questo caso quindi sarebbe tutt'altro che conveniente.

Da parte delle aziende c’è già un coro di NO poiché per le loro casse già in difficoltà potrebbe esser un “colpo di grazia” in quanto è risaputo che queste utilizzano il TFR come una fonte di finanziamento ad un tasso molto vantaggioso, una risorsa importante che difficilmente si può immaginare di sostituire. Il premier Renzi a questo dice di avere la soluzione: «Stiamo ragionando sul fatto che l'Abi, l'associazione delle banche, possa dare i soldi che arrivano dall'Europa, quelli che chiamiamo i soldi di Draghi, esattamente alle piccole imprese per garantire liquidità».

Stefano Fassina del PD dice invece che è contrario all’anticipo sul TFR per due motivi: «Primo perché si toglie liquidità alle aziende in un momento così difficile, e secondo perché quello è un risparmio dei lavoratori che, se lo metti in busta paga, va a una aliquota marginale e la tassazione è molto più elevata». 

A giovarci non sappiamo quindi se saranno le famiglie ma sicuramente potrebbe esultare lo Stato che vedrebbe il suo gettito al rialzo.

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