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Processo civile lento: un peso anche sull'economia

palazzo-giustizia-statuaOggi parliamo del processo civile, questo sconosciuto ma, soprattutto, questo lento. Non è una novità che la macchina burocratica italiana si prenda i suoi tempi che chiarire le litispendenze, come si usa in gergo giuridico, ma qui si sta esagerando: ormai ci bacchetta tutto il mondo per questo aspetto, e la notizia drammatica è che per l'Europa il nostro processo civile non è solo dannoso per i principi costituzionali (che parla di "ragionevole durata del processo") ma anche per la nostra economia, o meglio, per la nostra competitività. Infatti, secondo la Corte di Strasburgo e per la commissione europea, la lentezza dei processi civili induce gli stranieri a non investire nel nostro paese, a causa proprio dei bislunghi contenziosi che si aprirebbero. Insomma, il problema ormai è aperto da molto tempo e non si capisce perchè questa benedetta riforma della giustizia non si voglia fare (ovviamente è colpa delle lobby), dato che se ne avrebbe un dannato bisogno.

Quindi l'Europa,, dopo molti anni passati a rimproverare il nostro paese per processi troppo lenti sulla sola base di principi costituzionali nonchè attinenti ai diritti dell'uomo, diritti garantiti anche dalla C.e.d.u (la convenzione europea dei diritti dell'uomo), ora dà un'impronta più economica della questione, com'è moda di questi tempi d'altronde. Ma la domanda che tutti ci facciamo è: il problema esiste ma come lo risolviamo? Putroppo dobbiamo segnalare che l'orientamento governativo degli ultimi dieci anni e anche quello odierno ha sbagliato la strada per la risoluzione dell'enigma (sulla base del mio parere e di molti altri). Le soluzioni che si possono applicare sono essenzialmente due: una via deflazionistica, che punta alla riduzione del contenzioso, oppure una di accelerazione logistica, che consiste nello snellire i processi attraverso cambiamenti strutturali e logistici all'interno degli enti statali.Naturalemtne i governi hanno scelto la via più semplice, ossia la prima via, con degli interventi che possiamo definire di deflazione coatta. In pratica il governo si è impegnato in questi anni a ridurre il numero delle cause ponendo le parti che vogliono entrare in processo a qualche tipo di pericolo sul percorso, cercando così di disincentivare il cittadino a utilizzare la via giurisdizionale (quella del processo). Facciamo un esempio per chiarire: la legge 28 del 2010, che è stata aggiornata nel 2013, ha introdotto in alcuni casi (come quello del contenzioso sulla locazione) la mediazione obbligatoria, che è una procedura stragiudiziale, solitamente facoltativa, per raggiungere un accordo senza entrare in aula: la particolarità sta nel fatto che se il mediatore propone una cifra di accordo e la parte, che insiste ad andare in processo e vince, si ritrova un risarcimento pari a quella somma, sarà obbligata a pagare le spese processuali (quando invece sarebbe la parte perdente a doverle pagare). Questa via di riforma è criticabile su molti fronti, primo fra tutti per la forte spinta che potrebbe portare molte parti, che hanno ragione, a non tutelare la propria situazione per la paura di rimetterci alla fine della pendenza. Per di più il presupposto su cui si fonda questa soluzione è sbagliato: infatti il governo ha sempre sostenuto che gli avvocati, prima di una causa, sappiano effettivamente se la loro parte andrà a vincere o a perdere, e decidano comunque di continuare per fatturare ore su ore, intasando i tribunali. Semplificare così la faccenda tuttavia sembra troppo elementare, dato che gli orientamenti giurisprudenziali sono molti, e su moltissime norme si hanno due interpretazioni possibili e sostenibili (dove il giudice non si sa cosa andrà a scegliere).

Sarebbe forse stato meglio intraprendere una strada di accelerazione della procedura processuale: imponendo una logica "imprenditoriale" ai tribuanali si potrebbe spingerli ad abbreviare le decisioni, con un effetto immediato che richiederebbe tuttavia una forte riorganizzazione anche a livello logistico degli uffici giudiziari, nonchè di tutte le persone che ci lavorano (aumentare il numero di giudici ad esempio non sarebbe male, o per lo meno evitare che alcuni siano sommersi dal lavoro e altri facciano vacanza). Occhio però a non estremizzare il concetto, perchè si rischia di avere soluzioni praticamente valide, ma logicamente e sostanzialmente inique. Facciamo anche qui un esempio: esistono all'interno dei tribunali di ogni regione delle sezioni specializzate per l'impresa, che si occupano solamente di contenziosi sul diritto industriale e commerciale, dovoe vengono addetti dei magistrati con specifiche competenze in materia e con esperienza del settore, che tuttavia sono fruibili solo per quel determinato ambito. Ora, non si capisce per quale motivo una persona, che è imprenditore, debba avere un processo efficiente quando invece un comune cittadino non lo possa avere; come detto sopra, sembra una soluzione iniqua. Il cambiamento è necessario, e aspettiamo che il governo prenda una posizione anche sulla tanto agoniata riforma della giustizia, e speriamo che, al contrario dei processi, non sia così lunga da farsi.

Piccola precisazione: il processo, in ogni caso deve mantenersi entro i 6 anni di durata (3 anni per il primo grado, 2 per l'appello, 1 per la corte di cassazione). Se questa durata, riguardo procedura nella sua interezza o riferita al singolo grado, viene elusa, si può ricorrere alla legge 89 del 2001, anche detta "Legge Pinto", che consente di avere un risarcimento dai 750 a 1500 euro per ogni anno di ritardo. Se anche questa azione non permette di ottenere nulla, ci si può appellare alla corte europea dei diritti dell'uomo (solo dopo aver utilizzato la suddetta legge), sempre per ottenere un indennizzo, comunque sia di basso valore. Si tratta di una mezza furbata dello stato per non essere multato ad ogni risarcimento, ma per lo meno è qualcosa che potrebbe rimanere nelle mani della persona lesa.

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