Fidelio, grande apertura per La Scala

La Scala teatro milanofree“È meraviglioso vedere un teatro così pieno di giovani”, saluta così Daniel Barenboim, salito sul palco della scala ad accogliere la platea tutto-esaurito degli Under 30 che hanno avuto la fortuna e il privilegio di poter assistere all’anteprima del Fidelio, il 4 Dicembre scorso.

Per quelli che credono che l’Opera sia qualcosa di vecchio e passato di moda sembrerà assurdo, ma erano già quasi 200 i ragazzi che si erano accampati in una piovosa notte di inizio Novembre davanti alla biglietteria de La Scala ad aspettare l’inizio della vendita dei biglietti a offerta speciale a 11€. 
Il titolo scelto per quest’anno è il Fidelio di Beethoven, un’opera breve di “sole” 2 ore e 50, scritta e rappresentata per la prima volta in pieno periodo Napoleonico e ispirata agli ideali rivoluzionari del tempo. 

La trama
La vicenda è ambientata durante il periodo del Terrore, ispirata ad un fatto realmente accaduto.
A Siviglia il governatore della prigione Pizarro ha fatto imprigionare ingiustamente nei sotterranei Florestan, suo nemico personale e lentamente lo sta lasciando morire di inedia. La moglie di questi, Leonore, decisa a ritrovare il marito, si traveste da uomo e prende le sembianze di Fidelio, di cui si innamora Marzelline, la figlia del carceriere Rocco.
Alla notizia dell’arrivo del governatore, esempio di deus ex machina per antonomasia, Pizarro decide di uccidere Florestan, e manda Rocco a scavare la fossa in modo da poter nascondere il corpo, ma al momento di compiere il delitto Leonore si frappone tra Pizarro e lo sposo salvandolo.
All’arrivo del buon governatore Pizarro viene giustiziato per l’ingiustizia da lui compiuta e la parabola amorosa si conclude con un lieto fine.

La mano della regista Deborah Warner
Una trama totalmente reinterpretata dalla regista Deborah Warner che trasforma l’ambientazione in un carcere-fabbrica, trasportando la vicenda tra una miriade di operai-prigionieri in chiave socialista, con drappi rossi che sventolano festanti, elmetti e giubbotti carta rifrangenti.
Leonore è vestita con una tuta intera da meccanico, Marzelline e Jaquino, il suo spasimante, in felpa, Rocco ha il classico maglione grigiastro dei capo reparto delle fabbriche e magazzini di produzione, Don Pizarro, tutto di nero (ottima la simbologia dei colori), veste un elegante giacca borghese, Don Fernando, simbolo di napoleone e del sovrano illuminato dagli ideali della rivoluzione, è, invece, vestito in modo meno formale.

Imponenti le scene corali, che richiamano ad misto sapiente e sublimato delle versioni teatrali americane di spettacoli come Les Miserables e Billy Elliot, non a caso due musical, perché nell’allestimento il confine tra l’opera classica e il musical (ovviamente di un certo tipo) quasi si perde nei recitativi che vengono parlati e non cantanti e nella magnificenza dell’apparato scenografico spettacolare.

Sono appunto le scenografie a entusiasmare maggiormente, insieme alle luci di Jean Kalman, in grado letteralmente di scolpire espressioni e ambienti, di creare un pathos che nel libretto originale, secondo i gusti e la sensibilità contemporanea, è molto sfumato e poco percepibile.
Alienante e austero lo spazio del primo atto tanto come lugubre e desolante nel secondo, luminoso e accecante nello squarcio della parete della prigione che apre lo spazio della piazza dove si svolge la scena finale.
Sembra quasi superfluo sottolineare la perfezione dell’orchestra, con una prestazione maiuscola colorirta da un piccolo siparietto di umanità che ha coinvolto l’oboista che, a causa ritardo del treno, ha fatto posticipare l’inizio dello spettacolo di una ventina di minuti circa.
Bravi e convincenti anche i protagonisti sul palco, tra i più applauditi il baritono Kwangchul Youn nella parte di Rocco, il Don Pizarro Falk Struckmann e Anja Kampe, la protagonista Fidelio/Leonore. Convincenti anche i giovani Mojca Erdmann e Florian Hoffmann (Joaquino e Merzelline) e nel secondo atto (Florestan) e Peter Mattei (Don Fernando).

La versione del Fidelio, che rimarrà in scena a La Scala fino al 23 Dicembre, è un bellissimo esempio di intreccio tra classicità e modernità, di una tradizione ancora viva e feconda, che, nell’applauso finale ininterrotto di oltre 15 minuti, dimostra di sapere stupire e incantare ancora anche le nuove generazioni.

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