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L'arte nuova, l'architettura fascista a Milano

palazzo giustizia MilanoAlla vigilia della giornata della memoria è coscienzioso per noi cittadini del mondo dare uno sguardo al passato, laddove l’orrore è cominciato.

Non è difficile intendere quanto, almeno per ciò che concerne noi italiani, il fascismo abbia mutato inesorabilmente le nostre vite, abbia plagiato le nostre menti, gli ideali, le nostre coscienze umane; ma non solo, gli effetti del fascio sono visibili tutt’ora passeggiando per le maggiori città italiane, prima fra tante proprio Milano.

“Dobbiamo creare un nuovo patrimonio artistico, da porre accanto a quello antico, dobbiamo creare un’arte nuova, che rispecchi i nostri tempi: un’arte fascista”.

Così diceva il Duce, agli inizi degli anni Trenta, subito aveva capito che l’architettura, e l’arte in generale, era per il fascismo la miglior forma di propaganda, non esitò per tanto a chiamare i migliori architetti, tra cui Marcello Piacentini, per mutare definitivamente l’aspetto del capoluogo lombardo.

arte di propaganda

Milano ne conserva ancora oggi le tracce: monumenti, palazzi, solide strutture in marmo, pietra, cemento, ma anche opere scultoree, pittoriche, effigi e molto altro; il Palazzo della Giustizia a Milano è solo uno dei tanti esempi, eretto dall’architetto Piacentini nel 1939- 1940, e decorato al suo interno con affreschi, bassorilievi, mosaici, realizzati da artisti quali Mario Sironi, Carlo Carrà, Arturo Martini. Un’arte nuova, dunque, che esaltasse il periodo fascista ed innalzasse la figura di Mussolini non solo a livello nazionale, ma che la sua grandezza raggiungesse i confini mondiali.

Lo “Stile ‘900” è un movimento che fu promosso da un gruppo di artisti italiani, intorno al 1921, e aveva lo scopo di far tornare alta la tradizione pittorica antica, reagendo contro le stravaganze e le eccentricità delle precedenti avanguardie. Sette gli artisti che esposero nel 1923 nella galleria Pesaro a Milano, inaugurata da Mussolini: Mario Sironi, Anselmo Bucci, Achille Funi, Ubaldo Oppi, Leonardo Dudreville, Emilio Malerba, Pietro Marussi.

I pittori che presero parte a quest’arte, definita “arte ufficiale del fascismo”, erano attratti dalla pittura italiana da Giotto al Rinascimento, ritornarono dunque al figurativismo e al concetto forma- volume che già diffondeva la rivista “Valori plastici”, fondata nel 1918. Quest’ultima pubblicava precisamente una poetica stilistica simile, esortando al ritorno alla natura morta, alla raffigurazione del paesaggio, e al ritratto.

arte fascista

Il governo fascista preferiva una tematica epico-popolare, all’interno degli schemi neoclassici e ai confini sociali ed educativi. Esigeva un’arte basata sul mestiere e sulla tradizione, che doveva piacere ed essere capita dal popolo, un’arte figurativa ben fatta tecnicamente.

Arte come artigianato, e artista come uomo di mestiere.

In realtà al fascismo interessava maggiormente il contenuto dell’opera, piuttosto che i suoi elementi formali, poco importava lo stile o il colore utilizzato, il Duce pretendeva un’arte che esaltasse l’idea di Nazione, e la superiorità razziale. Il disegno era più importante del colore, le forme dovevano essere scultoree e stilizzate, il contenuto epico- storico, la tematica monumentale e grandiosa, ritornando razionalmente alla prospettiva e alle composizioni ben organizzate e prestabilite.

Erano gli anni del “razionalismo”, che sviluppandosi in Italia parallelamente alla dittatura fascista, finì per diventarne la diretta espressione artistica.

E’ necessario sottolineare infine che, tra le due guerre mondiali, il ritorno al classicismo e alla tradizione diventò palese in tutta Europa, non solo in Italia. Infatti dopo la Prima Guerra Mondiale apparvero dovunque "i richiami all'ordine", "il ritorno alla tradizione accademica": è sufficiente ricordare Derain e Vlaminck, il Picasso del periodo classico, e tutta l'arte, o pseudo tale, accademico-fotografica della Russia sovietica e della Germania nazista.

Alla vigilia della giornata della memoria è quasi doveroso passeggiare per le vie della città di Milano accompagnati da una leggera malinconia, per prendere atto dell’orrore e delle atrocità accadute in quegli anni.  E’ opportuno dare uno sguardo al cosiddetto binario 21 dove centinaia di ebrei e deportati politici venivano caricati su vagoni bestiame diretti ai campi di Auschwitz–Birkenau, Mauthausen, Bergen Belsen, Fossoli e Bolzano.

La memoria è il vaccino culturale che ci rende immuni dai batteri dell’antisemitismo e del razzismo”.

Elisa Bellino

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