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Verso l'esposizione universale: che ne sarà di Expo2015?

Expo2015 è destinata a divenire un'opera d'arte, un complesso di beni e servizi pubblici dedicati alla sensibilizzazione riguardo al tema dell'alimentazione, della vita, della salute e del benessere dell'individuo. Come tutti i capolavori artistici il villaggio milanese è stato ideato, progettato, disegnato e costruito. Un artista che si rispetti, difatti, coglie la sua geniale ispirazione dalla propria materia celebrale e la rende concreta, accessibile a tutti, visibile e contemplabile dal mondo intero.

Proprio come un artista nel pieno del suo splendore creativo, la commissione responsabile dell' ideazione architettonica e della costruzione del mondo Expo ha potuto dare prova delle proprie capacità e sfogare tutte le possibili fantasie pronte ad esplodere come una bomba ad orologeria, prontamente fissata per l'inizio dei lavori avvenuti a inizio 2012.

FotoevidenzaexpoMa, ponendo a confronto un'opera come la Pietà Vaticana (1449) dell' eterno Michelangelo e la rispettosa architettura dei padiglioni Expo, ci si trova di fronte ad un enorme ed essenziale quesito. L'opera di Michelangelo infatti rimane, splende, è imponente, quasi ideologicamente e sentimentalmente invincibile, incomprensibile agli occhi di uno stolto, divina e percettibile emozionalmente per un ecclettico. Allo stesso tempo un padiglione Expo - che con tutto il rispetto non sarà mai paragonabile minimamente alla prima - verrà goduto ed usufruito dai posteri o verrà fatto scivolare nell'oblio oscuro di un' Italia ormai abituata a "buttare in cantina" opere pubbliche di esorbitante ma sottostimato valore?

Giuseppe Sala - amministratore delegato di Expo2015 - ha provato a dare una risposta: "Rischiamo il deserto" afferma il commissario unico e dirigente d'azienda, che conclude: "Il rischio del post Expo è questo, che si passi da zero a cento". Parole non troppo rassicuranti, soprattutto se si pensa che per il post Expo2010 la commissione di Shangai eliminò la maggior parte dei padiglioni evitando di crearne un utilizzo oltre che formativo, di accesso pubblico per la comunità. 

Le proposte di riutilizzo non mancano, e come spiega l'A.d. Sala: "Non cancellare per un paio d'anni neppure quei padiglioni che si distingueranno per il disegno architettonico e che i Paesi potrebbero contribuire a far vivere con i progetti, magari, dedicati ai temi del 2015. Io rifletterei anche sulla demolizione del Padiglione Zero e dell' Expo Centre e ricordiamoci che potrebbe essere benissimo riutilizzato l'auditorium da 1.200 posti". 

shangaiAllo stesso tempo alcuni paesi, dagli Emirati a Israele, hanno datto la disponibilità a lasciare sul sito i loro edifici. Il modello è quello di Shangai 2010, perchè nonostante la distruzione di molteplici aree riservate al pubblico, venne conservata l'area Italiana, adibita in seguito a Museo Ferrari e spazio espositivo incentrato sul Made in Italy. 

Che cosa accadrà all'area Expo quando il 31 ottobre 2015 si chiuderanno i cancelli e l'esposizione universale si concluderà? Dopo che il bando di assegnazione del territorio organizzato da Arexpo - la società guidata da Comune e Regione che possiede i terreni - è andato in fumo, le istituzioni hanno deciso di affidare il compito di ideare un disegno complessivo all'università Statale e al Politecnico. Di conseguenza gli atenei hanno cominciato a costituire dei gruppi di ricerca senza però avere in mano un vero e proprio incarico formale mentre tutta l'attività di controllo, gestione delle risorse umane ed economiche è stata affidata a Raffaele Cantone - Presidente dell' autorità nazionale anti corruzione -.

Il cammino verso la decisione definitiva è ancora lungo, e mentre l'immensa Pietà Vaticana ci guarda dall'alto in basso quasi esternando la propria onnipotenza e evidenziando i limiti dell'uomo e della sua particolare e primeggiante vena di industrializzazione insostituibile, ci sono ancora i 60 milioni di euro di buco lasciati dalla provincia che il governo si è impegnato a coprire. "Mi sto muovendo come se gli avessi" rassicura Sala. Non ci resta quindi che pensare a due modelli di titoli di coda, ad un emblematico finale a due soluzioni degno di un lungometraggio Nolaniano delle origini. Ergo, il santuario della nuova credibilità internazionale dell'Italia verrà conservato meritatamente o finirà abbandonato tra le mani di una classe dirigente ormai incapace di lasciare alle generazioni future un esempio di concreta sostenibilità? Ai posteri l'ardua sentenza.

Matteo Mario

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