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Tutto donna il dopo Expo

expo rosa 1Dall’1 maggio fino al 31 ottobre, la città di Milano ospiterà Expo 2015, la manifestazione che con il motto di “Nutrire il pianeta, energia per la vita” cercherà di dare una chiara e precisa risposta ai rapporti del mondo di oggi con il cibo, partendo dall’Italia fino ad arrivare alle regioni più povere del terzo mondo.

Ma che cosa resterà alla fine della manifestazione, quando i padiglioni saranno stati smontati e i partecipanti dei vari stati avranno ripreso la strada di casa?

Un gruppo di professori e ricercatori dell’Università di Milano, supervisionati da Salvatore Veca, sotto il titolo di Laboratorio Expo, cercherà di dare una risposta con la Carta di Milano, un documento che sarà il punto di partenza per un futuro più sostenibile dal punto di vista della politica e dell’economia.

Tra di loro ci sono sei donne coraggiose, che hanno deciso di intraprendere una lotta agli sprechi del cibo per sposare la teoria della sostenibilità, come unico modo di vedere un nuovo sistema di vita, più vicino alla natura.

L’antropologa pavese Federica Riva, ad esempio, si occupa delle donne che vivono sulle pendici dell’Himalaya, da anni le uniche a gestire la difficile situazione agricola locale. 

“Abbandonata dai maschi che emigrano in città, l’agricoltura di sussistenza nella regione himalayana è in mano alle donne” ha raccontato di quella regione che da circa 12 anni è come una seconda casa per lei “Solo poche contadine sono rimaste nei campi e utilizzano semi autoprodotti. Mentre il governo indiano, distribuendo gratuitamente sementi più produttive ma sterili, che poi necessitano di concimi e trattamenti chimici, vorrebbe modernizzare l’agricoltura, togliendo ai contadini l’autonomia nella gestione delle risorse naturali”.

Grazie alla videomaker Rossella Schillaci, la Riva proporrà all’Expo quattro cortometraggi su come nell’Himalaya ci sia un nuovo modello di biodiversità “Hanno creato un mercato delle sementi, dove si scambiano semi e conoscenze sulle pratiche agricole”.

“I segni dei cambiamenti innescati dalla sharing economy si moltiplicano” dice la sociologa Elanor Colleoni, che ha vissuto per un lungo periodo a Copenhagen, per osservare una città a misura di uomo “Fenomeni come car e bike sharing nei trasporti, il cohousing che coinvolge persone che si autocostruiscono la casa, o ancora il moltiplicarsi anche a Milano delle comunità dei makers, dove la produzione è organizzata in modo orizzontale e il lavoro viaggia sul doppio bilancio del profit e del non – profit, ci convincono che, nonostante la crisi, è ragionevole e anzi doveroso immaginare un modello futuro di città umana”.

Mentre la collega Nunzia Borrelli ha vissuto a Portland, una delle città americane più vicine al modello di biodiversità nel mondo di oggi “Là, una pianificazione intelligente ha migliorato le condizioni di vita dei cittadini: ogni nuovo nucleo abitativo, per dire, deve disporre di opportuni spazi per la coltivazione di orti urbani, anche ai piani alti”.

expo rosa 2E uno dei vanti di Portland è il Food System Plan “Un documento che organizza l’attività delle imprese nella produzione, trasformazione e distribuzione del cibo, con l’obiettivo di valorizzare le produzioni agricole locali. Mentre il terreno fertile, in città e ai confini, è salvaguardato da regole che impongono un rapporto rigoroso tra aree rurali e edificabili”.

Laureata in Economia dello sviluppo, Margherita Fabbri ha lavorato presso la Banca mondiale di Washington D. C, per poi collaborare a un progetto sulla Bolsa Familia con la collega italo – tedesca Nadia Von Jacobi “E’ uno strumento assistenziale per combattere povertà e malnutrizione infantile, che però impone vincoli precisi alle donne beneficiarie: devono sottoporsi a visite mediche se sono incinte, e se hanno figli, li devono mandare a scuola”.

Più complesso il lavoro di Bianca Dendena e Silvia Grassi, un’agrotecnologa e un’esperta in sicurezza alimentare, che hanno studiato il caso della quinoa, uno degli alimenti più diffusi nel cuore della Bolivia “Dopo il 2013, dichiarato dall’Onu anno internazionale della quinoa, il consumo in Occidente di questo salutare alimento è esploso. Ma per i contadini andini è stato un boomerang” racconta la Dendena, mentre la Grassi ricorda che “La quinoa, ora più redditizia, si è imposta come monocultura. Ed è scomparsa dalla dieta degli stessi contadini, sostituita da alimenti più poveri”.

Il dopo Expo è già cominciato. E potrebbe essere interessante.

Paola

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