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La pala di Giusto di Ravensburg. Un tocco di arte nordica a Milano

In questo momento, in cui a Milano spopola la mostra di Palazzo Reale sull'arte lombarda dai Visconti agli Sforza, quasi nessuno conosce la storia di una delle opere esposte nelle sale dell'edificio di Piazza Duomo: la pala di Giusto di Ravensburg.

giusto di ravensburgChi fu, esattamente, Giusto di Ravensburg? Già il nome definisce le sue origini tedesche, dalla città di Ravensburg, nel Baden-Wuerttemberg, nei pressi del Lago di Costanza. Le fonti antiche di area tedesca lo definiscono come "Jos Ammann von Ravensburg", mentre quelle italiane "Giusto d'Alemagna" ma non si hanno notizie certe sulla sua nascita. Intorno alla metà del Quattrocento, Giusto, dopo una formazione in patria, giunse in Italia. Dapprima passò a Milano, alla Corte dell'ultimo duca Visconti, Filippo Maria, per cui, con ogni probabilità, realizzò la pala. Nel 1452 è attestato a Genova, dove realizzò un grande affresco per il convento di Santa Maria di Castello e una pala d'altare per la famiglia Caffarotto, mercanti di lana attivi anche nella zona d'origine di Giusto. Le sue ultime notizie certe si hanno nel 1453, quando risultava già rientrato a Ravensburg per la morte del padre. Il linguaggio artistico di Giusto, nonostante la collocazione cronologica della sua opera, non è certo rinascimentale, ma ancora tardogotico, tutto ori, trafori e complesse architetture archiacute. Questo stile venne da lui approfondito con la calda luce della pittura italiana e con la resa materica dei dettagli della pittura fiamminga, anticipando le prove artistiche di Veit Stoss e di Martin Schongauer. 

Non si sa esattamente se la pala sia stata eseguita dall'artista o da un allievo, ma tutte le ipotesi propendono verso il maestro, vista la somiglianza del dipinto con l'affresco di Genova e con un'altra opera, il Cristo davanti a Pilato di Chiaravalle. Essa rappresenta Cristo che mostra il costato ferito tra i santi Ambrogio e Agostino, secondo un'iconografia tipicamente milanese. Il Cristo, al centro dell'opera, mentre due angeli discostano un mantello rosso che gli copre le spalle, mostra la ferita del costato, mentre i due santi vescovi gli rendono omaggio. Se Ambrogio è raffigurato, come vuole la tradizione, in età avanzata, insolita è l'iconografia di Sant'Agostino, giovane e imberbe, probabile segno di un riferimento dell'artista a testi apocrifi. Il dramma sacro è calato in una dimensione aristocratica e internazionale, espressa dal complesso gioco architettonico dello sfondo, unico nell'ambito milanese, di ricordo fiammingo, francese e tedesco, ma con ammiccamenti anche alla tradizione popolare, come prova l'uso massiccio del rosso. Nella parte alta della tavola, sopra i due vescovi, entro nicchiette traforate, compaiono altre figure a mezzobusto di santi, mentre sopra il Cristo, oltre alla figura di Dio Padre, compare il rimando politico dell'opera, con l'immagine della Raza, simbolo dei Visconti, al cui centro campeggia la Colomba dello Spirito Santo: ciò è la prova della committenza viscontea dell'opera e del passaggio di Giusto a Milano, nonchè della permanenza di un linguaggio internazionale alla Corte approfondito in chiave luministica e materica, così come nel realismo e nel naturalismo espressi nell'opera.

Il dipinto, oggi di proprietà privata, ha subito diversi passaggi. Nonostante precise descrizioni delle fonti antiche, le quali parlano di una ricca incorniciatura oggi perduta, l'originaria collocazione non si è ancora riuscita a decifrare. Di certo si sa che nel XVIII secolo si trovava nella chiesetta di Sant'Ambrogio a Brugherio, dipendente da un monastero benedettino femminile di Carugate, che spiegherebbe la presenza dei due santi vescovi, molto venerati da quest'ordine. Poco o nulla si sa dei passaggi successivi del dipinto fino alla sua attuale collocazione in una collezione privata.

L'opera è stata esposta dal 6 febbraio all'8 marzo al Museo Diocesano, prima di essere trasferita a Palazzo Reale per la grande mostra "Arte lombarda dai Visconti agli Sforza".

                                                                                                                                                            Stefano

 

 

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