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Arte contemporanea, arte brutta: è solo una questione di business?

Non piace a nessuno, neanche ai collezionisti. Si basa sulla psicologia inversa: è talmente brutta, che diventa un gesto automatico e necessario, contemplare la sua bellezza. Da quando è stata inventata, l’Arte Contemporanea non ha conosciuto crisi.

Qual è il trucco? E’ molto semplice, il valore delle opere si basa esclusivamente sul fatto che nessuno avrà mai il coraggio di dire la sincera verità su ciò che realmente prova dinnanzi a tale arte; di conseguenza ci sarà sempre qualcuno disposto a ricomprarla allo stesso prezzo, o addirittura superiore. Pare che tutto questo, si chiami business.

duchamp fontana

Ma quando ha avuto inizio questo bluff?

Dal lontano 1917, con la non esposizione dell’Orinatoio di Duchamp. Quell’anno è nata l’arte concettuale, e l’approccio visivo ad un'opera è scalato in secondo piano. Si è iniziato a mirare un’opera d’arte attraverso altri sensi, in modo estremamente celebrale, e il distacco tra arte ed estetica si è inevitabilmente aggravato. L’arte non comunica più l’esperienza artistica, il rapporto intimo tra spettatore e quadro non esiste più. Questa nuova concezione di non arte, riflette solo su se stessa.

La storia parla chiaro, Duchamp espone un orinatoio, ed è arte. Piero Manzoni trae l’immediata conclusione che anche le feci, se di artista, diventano automaticamente arte.

Tutto avviene di conseguenza, come degna risposta ad una provocazione iniziale, che non poteva morire in solitudine. Paul Mc Carthy costruisce un escremento gigante in travertino, di ben 15 tonnellate, e lo espone come simbolo della lotta al capitalismo, Ander Serrano fotografa un centinaio di deiezioni animali e ne fa una mostra, definita di “bellezza inaudita”. Wim Delvoye espone al Pecci la Cloaca turbo, una macchina per produrre escrementi, e viene accolta dalla critica, come un’idea assolutamente geniale.

escremento paul

“O ci ridi sopra, o ci perdi il fegato”, dice Angelo Crespi, ex presidente di MAGMA di Gallarate. L’arte contemporanea si identifica sempre più con la società odierna, e sta iniziando a puzzare terribilmente. Michelangelo creava opere d’arte per emendare il brutto, per fornire, alla fine, un senso all’esistenza umana; ora si punta ad affrettare una catabasi, che si percepisce come inesorabile. Un tempo l’arte era difficile da fare, estremamente semplice da capire; ora, viviamo nell’epoca dei paradossi, e ciò che è tradizionalmente bianco, viene concepito nero.

Se la logica umana si è completamente ribaltata, e le scarpe si allacciano al capo, e non più ai piedi, allora le opere sono incomprensibili, e di conseguenza più funzionali alla speculazione. L’opera d’arte vale perché costa, e non viceversa. Imporre un giudizio in termini di “bello” e “brutto” sarebbe troppo semplice, e allo stesso tempo scoppierebbe gran parte dell’arte contemporanea.

“Fare soldi è un’arte”, recitava Andy Warhol nel suo libro “la filosofia di Andy Warhol”, nel 1975.

Niente di più vero se contestualizziamo la particolarità dell’arte contemporanea all’interno della società del consumo. L’arte e il denaro sono da sempre legati da un cordone ombelicale dorato. Nel bene e nel male l’arte è ormai saldamente correlata accanto alle azioni, alle obbligazioni, alle materie prime, e ai beni immobili, un po’ come una classe di attività.

ca brutta

L’ideale del Rinascimento ha subito la tragica fine del Dodo, estinguendosi miseramente. I prezzi alle stelle sono guidati dalle forze del mercato, più che da qualsiasi risveglio artistico. L’estetica non ha più nulla a che fare con questo business puramente commerciale. Si salverà il nostro Paese dal bluff dell’arte contemporanea? Ovviamente no. Era il lontano 1919, Milano si muoveva ancora al traino dei cavalli. La Fiat aveva da poco iniziato a produrre la prima utilitaria tipo “zero” in serie, ma dai costi comunque proibitori. Sulle rovine di Villa Borghi e del suo giardino, nel quadrilatero delimitato da Via Turati, Moscova, Appiani e Mangili, dove i frati minori del vicino Convento di Sant’Angelo, avevano trovato ospitalità per i loro orti, l’architetto Giovanni Muzio progettò e realizzò quel palazzo imponente, che i milanesi, prima ancora di vedere ultimato, battezzarono “Ca’ Brutta”.

L’architetto incompreso, invece, aveva aguzzato la vista ben oltre il suo tempo. Ispirandosi ad una fiorente alta borghesia novecentesca, realizzò in tale “Ca’ Brutta” un’innovazione straordinaria, immediatamente associata all’aggettivo “chic”: i primi posti auto, interrati sotto l’edificio.

Da qualche anno, in primavera, in occasione del Salone del Mobile, il Centro Italiano di Architettura, ha inserito il palazzo di via Moscova-Turati, nella visita guidata alle principali opere realizzate nel capoluogo lombardo, dagli anni venti al dopoguerra, accanto al grattacielo Pirelli, alla Montecatini di Giò Ponti, alla torre Velasca di BBPR, e alla casa Rustici di Terragni. Muzio, dallo spirito inquieto e fantasioso, nella distrazione, e oserei dire degradazione generale, è stato riscoperto negli anni del post- modernismo.

Tutto queste informazioni disperse, a modo di perle di saggezza, dovrebbero essere sufficienti, per affrontare l’arte contemporanea senza più paure e timidezze; in quanto brutta o bella che sia, rappresenta comunque lo specchio del nostro tempo. Imparando a decifrarla, avremo di fronte una sorta di cartina tornasole, che ci racconterà tantissimo riguardo alla nostra cultura e la nostra odierna società.

Perché l’arte contemporanea siamo noi.

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