Il trionfo della Donna Carota

donna carota3È stata attaccata da tutti. Il Corriere l’ha inserita al primo posto fra le opere Expo più trash, la consigliera comunale di Rifondazione Anita Soniego l’ha definita “maschilista e pecoreccia”, il membro della direzione nazionale del Pd Marina Terragni ha parlato di “orrore” eortopornonecrofilia”, mentre i Social si sono sbizzarriti con commenti e tweet sagaci quali “Sarà pure donna-carota ma io vedo soprattutto una patata”. Stiamo parlando della “Donna Carota”, opera di Luigi Serafini esposta nel padiglione Eataly dell’Expo come introduzione alla mostra Il Tesoro d’Italia, curata da Vittorio Sgarbi.

Il vero nome dell’opera è Persephone C., come la regina dell’oltretomba che, secondo il famoso mito greco, per sei mesi (Autunno e Inverno) abitava sotto terra e negli altri sei (Primavera ed Estate) tornava sulla terra. Persephone C. – Kore o Carota? – è dunque una divinità mediana, sempre al confine fra due realtà, il giorno (maschile) e la notte (femminile). Ecco allora che la scultura è esplicitamente e spudoratamente donna fino al bacino, con seni e pube scoperti, ma anche simbolicamente maschile nel resto del corpo. La nostra Sirenetta terrestre è in posizione supina, ricoperta di terra, come in una bara, ha le braccia aperte e dalle mani miracolosamente le spuntano delle carote, come stigmate. Attorno a lei ci sono altre carotine, che puntano verso il cielo, e dei coniglietti che la guardano con golosa curiosità. 

L’intento ironico dell’operazione – a partire dalle dichiarazioni dell’artista – è evidente. L’opera può naturalmente piacere o non piacere, ma quella nudità esibita è completamente innocente e giocosa, non è pornografica, è meno provocante di molti spot televisivi e cartelloni pubblicitari. Persephone inoltre era già stata esposta in passato all’Arte fiera di Bologna e soprattutto al PAC di Milano, dove 11 mila spettatori e famiglie paganti l’avevano ammirata senza la minima polemica. Perché allora è bastato isolare e decontestualizzare l’opera per generare questo accanimento? Probabilmente la risposta più interessante è a disposizione di ogni spettatore, collocata su un leggio di fianco a Persephone: si tratta del libro che ha reso celebre Serafini negli anni Ottanta, il leggendario Codex Seraphinianus (nell’ultima edizione ristampata da Rizzoli nel 2013), che è stato anche al centro di un incontro all'Università Cattolica di Milano esattamente un anno fa.

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Basta sfogliare il Codex per rendersi conto che, in Serafini, la provocazione è sempre giocosa e sbarazzina, perché è basata su un’immaginazione alchemica, metamorfica: le sue creazioni sono il risultato di un rituale d’accoppiamento, un costitutivo incrocio fra linguaggio disegnato e immagini descrittive, morfologie anatomiche e meccaniche, umane e vegetali, zoologiche e minerali, eccetera. Si pensi all’immagine più famosa del libro, quella dei due esseri umani che, nel corso di un accoppiamento, si trasformano in un caimano. 

Non possiamo sapere da quale bizzarro atto d’amore ha avuto origine la nostra Donna Carota, ma possiamo dire cosa essa rappresenta: un tentativo di invasione ludica da parte di un universo dominato dalla libertà e dalla fantasia, in un mondo fatto di burocrazia e perbenismo, che gli oppone resistenza. Ma proprio queste reazioni testimoniano il trionfo della Donna Carota. La creatività non può passare inosservata. Nonostante il tentativo delle forze oscure di respingerla nell'Ade, Persephone C. risplenderà davanti agli occhi degli spettatori di Expo per altri sei mesi, come richiede il Mito. 

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