La moda diventa Arte a Palazzo Morando

Talvolta, capita che la moda non sia solo evento di lusso, di fashion blogging e di mondanità, ma si trasformi anche in evento artistico che ci fa riflettere sui problemi del Mondo contemporaneo.

a milano la mostra che riconosce la moda come energia sociale 1432908987E' questo il senso della mostra Fashion as social energy, ospitata dal 29 maggio al 30 agosto nelle sale di Palazzo Morando, sede del Museo di Milano in Via Sant'Andrea. Organizzata dall'associazione no profit Connecting Cultures, in collaborazione con il Comune di Milano e con il patrocinio della Regione Lombardia, e curata da Anna Detheridge e Gabi Scardi, l'una critica delle Arti Visive e l'altra storica dell'Arte, la mostra intende essere un percorso nella moda che diventa contemporaneo attraverso le diseguaglianze e le molteplici criticità del Mondo contemporaneo, dalla crisi economica alla disoccupazione e alle migrazioni. La moda è, in questo caso, energia sociale e genera cambiamenti, trasformazioni sociali e umane: si fa tessitrice di nuovi percorsi tra culture diverse e tra Mondi differenti, "costruisce ponti", parafrasando papa Francesco.

La moda che si fa Arte, e che connette le Arti, è un grande catalizzatore di emozioni, spinte sociali, esigenze, ossessioni e, perchè no, anche di critiche alla società di massa contemporanea. Gli abiti in mostra evidenziano non solo l'elemento identitario di un popolo e/o di una società, ma anche aprono uno spazio ultravisivo di riflessione sui fenomeni che, ogni giorno, sui giornali, su Internet e ai TG, sono di scottante attualità, come l'immigrazione, la crisi e la disoccupazione. La moda, pertanto, porta con sè un'istanza forte, di cambiamento, di creazione di nuove energie in grado di scardinare abitudini, di abbattere convenzioni, di andare oltre il concetto di "scontato" e di generare nuovi punti di vista sul presente globalizzato, per cercare di gettare le fondamenta di un ponte ideale verso un futuro diverso e, per molti versi, anche migliore.

Espongono a Palazzo Morando quattordici artisti di fama internazionale, tutti collocati a cavallo tra etica, prassi creativa, moda e fenomeno estetico, che hanno, come minimo comune denominatore, quello di cercare soluzioni innovative che denuncino il presente e le sue difficoltà in nome di un futuro in cui si possa dire "nunca màs", mai più. Mella Jaarsma (1960), artista olandese ma indonesiana di adozione, presenta Pecking Order, installazione in cui si vogliono mettere in evidenza il rapporto gerarchico tra animali e l'evolversi della catena alimentare, con un'allusione anche alla violenza dell'uomo, in questo caso animale anch'egli, verso i suoi simili. Hasan Tur (1974), tedesco di origini turche che lavora nella sfera dell'Arte pubblica , presenta una serie di zaini che lo spettatore può portarsi in giro per la città: il portatile e il bagaglio fanno sempre più parte del nostro universo quotidiano. Katerina Seda (1977), ceca, presenta For every dog a different master, installazione realizzata in un quartiere di Brno: si tratta di un gran numero di camicie identiche sovrapposte che l'artista ha disegnato e ha mandato a tutti i residenti del quartiere, con una lettera in cui li avvisava del fatto che, scherzosamente, la camicia gliela avesse mandata un altro residente: un modo per costruire relazioni, quindi. Molto interessante è quanto realizzato da Luigi Coppola e Marzia Migliora (1972), attivi presso il Laboratorio Artistico del Teatro Valle occupato di Roma: i due hanno realizzato Io in testa, installazione di berretti di carta di giornale simili a quelli indossati dai muratori per proteggersi dal sole o dalla pioggia, con evidenti allusioni alla crisi, alla disoccupazione e all'informazione (visto il materiale prescelto).

Non serve presentazione per l'opera di Michelangelo Pistoletto (1933), massimo esponente dell'Arte povera, che espone Venere degli stracci, opera in cui una classicheggiante Venere in cemento, vista di spalle, affonda il viso in un cumulo di stracci: una palese provocazione, con allusioni forti al consumismo. La greca Maria Papadimitriou (1957), invece, vuole mettere in evidenza l'argomento delle migrazioni con un'opera dedicata ai Rom e alla loro identità, espressa dal vestito rosso e dai gioielli dorati, basata sul riciclo e sul riuso (la collana con il simbolo Mercedes, per esempio). Andrea Zittel (1957), americana, lavora, invece, sul bisogno quotidiano del "cosa metto?", che diventa un "chi sono per che cosa metto?", allusione all'omologazione della società odierna: si tratta di abiti ergonomici basati sul senso di entropia.

Il gruppo Wurmkos, nato a Sesto San Giovanni dalla mente di Tommaso Campanella nel 1987, ha realizzato Vestimi, installazione con abiti creati da pazienti con disagio psichico, i quali hanno creato modelli che privilegiano non l'immagine ma la materia e il suo potenziale simbolico. Rae di Martino (1975) ha creato l'elemento più geniale della mostra, un video intitolato The show MAS go on, dedicato ai grandi magazzini "proletari" di Roma, MAS, in cui molti romani, colpiti dalla crisi, si recano a comprare di tutto a basso prezzo. Il negozio era a rischio chiusura, ma dopo il video a cui hanno partecipato Filippo Timi, Maya Sansa, Sandra Ceccarelli e Iaia Forte, il punto vendita non ha più abbassato le serrande: l'Arte, a volte, fa miracoli! Otto von Busch (1975), svedese, cala la sua opera in un ipotetico nazismo della moda, in cui il dittatore Karl Lagerfeld, un po' massone e un po' chapliniano, impone il gusto all'umanità intera servendosi di libri con, in copertina, un Machiavelli vestito da pirata: il riferimento è al monopolio dei grandi marchi di moda che strozzano i più piccoli. Lucy e Jorge Orta, lei inglese e lui argentino, con Refuge wear, descrivono la crisi e la disoccupazione della società britannica di inizio anni '90, con abiti che diventano rifugio, non solo fisico ma anche interiore, a una forma drammtica di disagio, come prova la cupola di guanti, palesemente ispirata a quelle di Merz.

La sudcoreana Kimsooja (1957), nel suo video, espone la drammatica condizione dei lavoratori della periferia indiana di Mumbai, dove, di fronte a treni sovraccarichi, migliaia di lavoratori ì, in condizioni disumane, tessono o lavorano tessuti per tutti quegli abiti delle grandi firme destinati ai grandi mercati dell'Occidente. La piacentina Claudia Losi (1971), infine, racconta una storia tramite abiti: una balena a grandezza naturale realizzata interamente con parti di stoffe e destinata a girare il Mondo come opera d'arte site-specific, itinerante.

Stefano

Fashion as social energy

Palazzo Morando, Via Sant'Andrea 6, Milano

Orari: martedì-mercoledì-venerdì-sabato-domenica 9-13, 14-19.30, giovedì 9-13, 14-21

Biglietti: mostra e museo 10 euro, ridotto 7 euro. Solo il martedì dalle 14 e il giovedi dalle 19 e la prima domenica del mese 5 euro e ridotto 4 euro

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