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FMI: in Italia i livelli occupazionali pre-crisi torneranno tra vent'anni

Ma non sarà tutta colpa di quei “Gufi” che il nostro Premier vede dietro ogni angolo?

“La crisi è alle spalle, la ripresa economica è partita, i nuovi contratti di lavoro arrivano a migliaia, e la burrasca sulla Grecia è passata lasciando indenne il nostro Paese che in ogni caso non è mai stato a rischio contagio: dunque i Gufi d’Italia possono mettersi in viaggio per tornarsene da dove sono venuti”.

Questo parrebbe, in sintesi, il messaggio estivo di Palazzo Chigi alla popolazione, almeno fino a questo scorso lunedì quando il Fondo Monetario Internazionale ha richiamato i Gufi, consigliando loro di accomodarsi e di rimandare la partenza, più o meno di una ventina d’anni …

Se non fosse per il fatto che la situazione è davvero drammatica, ci sarebbe da sorridere. Con l’avvento dei “governi tecnici”, dalla fine del 2011, i malcapitati contribuenti italiani sono stati letteralmente “spennati come galline da brodo” in nome di un “risanamento” del debito pubblico (la famosa “luce in fondo al tunnel” che il Prof. Monti intravedeva a giorni alterni) e di un’agognata rinascita economica di cui - nei fatti - siamo ancora in attesa. Basta leggere alcuni dati macroeconomici semplici semplici, e fare quello che un tempo veniva chiamato “il conto  della serva”, per comprendere la spericolatezza e l’approssimazione con cui è stato gestito il problema.

Secondo i numeri di Bankitalia, alla data del giugno 2011, il debito pubblico italiano era di 1901 miliardi di euro; al 31 maggio scorso era giunto a 2.218 miliardi, mentre al 29 luglio 2015 - dopo una “cura da cavallo” che in questi ultimi anni ha impoverito le famiglie e cancellato migliaia di aziende dalla faccia del Paese – questo debito ammonta a 2.252 miliardi di euro (fonte: italiaora.org), cioè ben 351 miliardi di euro in più in soli tre anni e mezzo: una vera follia. Viene da chiedersi  - ragionevolmente - come mai questo debito pubblico invece di diminuire è letteralmente lievitato, visto che il Paese starebbe andando nella giusta direzione del risanamento! Quale risanamento?

Con riferimento al tema della disoccupazione, i numeri dell’ISTAT rilevano che nel novembre del 2011 i disoccupati in Italia erano circa 2.870.000; al 29 luglio 2015,  ammontano a 3.089.973 (fonte: italiaora.org) con una crescita di quasi 220.000 unità, a fronte di un  incremento demografico poco significativo dei soggetti in età lavorativa. Ma se i nostri governanti continuano a parlarci con toni quasi trionfali dell’arrivo di decine di migliaia di nuovi contratti di lavoro, mentre i numeri della disoccupazione ci raccontano un’altra storia, appare evidente che ci si trovi davanti ad una falsa rappresentazione della realtà, messa in scena con un’eccellente dose di ipocrisia.

Al 29 maggio di quest’anno l’ISTAT ha reso noto un aumento dello 0,3% del PIL rispetto al trimestre precedente, ed il governo si è immediatamente affrettato ad “intestarsi” un merito che proprio non gli appartiene, attribuendo alle sue politiche un risultato – sia pure decisamente modesto - di segno positivo, che invece è stato prodotto da fattori del tutto esterni all’economia nazionale, e cioè dal basso prezzo del petrolio, dall’intervento di politica monetaria della BCE e da una congiuntura valutaria favorevole. Trattasi, oltretutto, di fattori per loro stessa natura “fluttuanti” sui quali, dunque, non è possibile fare alcun affidamento nel tempo.

Per delineare ancor meglio i contorni del quadro strutturale della nostra economia – indubbiamente peggiorato in questi ultimi anni di austerità germanica - c’è da considerare la consistente riduzione dei salari reali e dei consumi interni. E’ una spirale involutiva senza fine perché si guadagna meno, perciò si compera una minor quantità di beni e servizi; di conseguenza le imprese non trovano un numero sufficiente di compratori a cui vendere il prodotto delle loro attività commerciali, quindi, a meno che non trovino sbocchi sul mercato estero, licenziano e chiudono; il risultato di questo processo a catena porta con sé la perdita di posti di lavoro e l’impoverimento delle famiglie, insomma è un serpente che si morde la coda, e per capirlo non servono contabili qualificati; anche uno scolaretto della scuola elementare se ne accorgerebbe soltanto guardando i numeri che sono stati qui riportati: la matematica non è un’opinione, e i poveri Gufi (troppo spesso chiamati in causa a sproposito quali capri espiatori delle altrui responsabilità) non c’entrano affatto!

La conferma – assolutamente qualificata ed autorevole - di quanto sopra esposto, viene dalla Presidente delle Sezioni riunite della Corte dei conti, Enrica Laterza, la quale nella sua Relazione sul rendiconto generale dello Stato presentata a Roma, nella sede della Corte stessa, lo scorso 25 giugno – cifre ufficiali alla mano - ha preannunciato pubblicamente quale sarà il futuro che davvero ci aspetta (si riportano testualmente, virgolettati ed in corsivo, alcuni stralci del documento in questione).

  • “Difficilmente il sistema economico potrebbe sopportare ulteriori aumenti della pressione fiscale”
  • “Nella dinamica dei conti pubblici c’è una caduta verticale degli investimenti”;
  • ”Esiste una vasta costellazione di Enti e società strumentali o complementari rispetto alle Amministrazioni di riferimento” responsabili di un processo di “esternalizzazione” spesso finalizzato alla “elusione dei vincoli rigidi imposti alla spesa e alla gestione del personale con il rischio di aggravio dei costi”;
  • Sarà necessario “riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici” mediante una “rigorosa articolazione tariffaria”;
  • Non sarà possibile “eludere la scelta di fondo di porre limite alla prestazione di alcuni servizi pubblici in una condizione permanente, anche se non crescente, di squilibrio tra costi e ricavi”.

pil2015Detto in altre parole, con un linguaggio accessibile a tutti: il livello di tassazione è insopportabile, lo Stato non farà nuovi investimenti, la spending review resterà un sogno nel cassetto perché Enti e società di comodo stanno già inventando nuovi espedienti per rastrellare soldi, dunque lo Stato in mancanza di fondi ricorrerà ai soliti tagli lineari sulla pelle della gente comune e di conseguenza i servizi pubblici costeranno di più, ma soprattutto saranno drasticamente ridotti.

E le promesse del Premier sull’abbassamento del carico fiscale? Inutile illudersi, è la solita “televendita renziana”, nulla di più.

(Fonti: Fondo Monetario Internazionale - Banca d’Italia – ISTAT – Relazione sul rendiconto generale dello Stato della Corte dei conti del 25 giugno 2015 -  italiaora.org)

Mirella Elisa Scotellaro

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