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Due mostre in contemporanea alla Permanente

La Permanente di Milano, lo spazio espositivo di Via Turati, aperto nel 1883 in un edificio progettato da Luca Beltrami, ospita due mostre in contemporanea, dedicate a diversi temi.

funi elena di troia permanenteLa prima si intitola La permanente. Una storia milanese, ed è curata da Rosella Ghezzi e Chiara Vanzetto. Obiettivo dichiarato della mostra è raccontare la storia della prima grande istituzione che ha promosso le Belle Arti a Milano, il cui nome esteso è, ancora oggi, Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente.

Attraverso documenti d'archivio storico, come lettere, verbali, elenchi di soci, fotografie, diplomi, cataloghi, cartoline, ma anche disegni autografi di Luca Beltrami per il progetto del palazzo e per alcuni elementi decorativi, come il Mascherone esposto, la mostra intende ricostruire le vicende della prestigiosa istituzione, nata nel 1883 dalla fusione di due enti di promozione artistica, e il suo stretto legame con l'Accademia di Brera: alla società sono stati iscritti grandi professori di Brera, da Hayez a Segantini, da Wildt a Boccioni, da Carrà a Manzù, da Cavaliere a Tadini, oltre a notabili e professionisti di vari settori.

Nella seconda parte, invece, una selezione di dipinti e sculture intende mostrare la vastità delle collezioni della Permanente. In quanto, dalla fine dell'800, primo grande spazio espositivo a Milano, essa organizzò Biennali a cui parteciparono grandi artisti, tra cui spiccano quelli Liberty come Galileo Chini, oltre a grandi mostre tematiche o monografiche, le quali hanno contribuito a rivitalizzare il contesto artistico milanese.

Le opere esposte sono un centinaio sulle oltre quattrocento di proprietà della Permanente: una collezione nata con lasciti e donazioni di grandi mecenati a fine '800 e che si è andata ampliando nel tempo.

L'esposizione non si articola tanto in senso cronologico, ma tipologico, in modo da evidenziare la varietà delle espressioni artistiche sviluppatesi in seno alla Permanente e da rievocare le grandi mostre del passato.

Ogni area è identificata da uno dei quattro colori scelti per il logo di Expo 2015, dato che la mostra intende essere anche una celebrazione della grande istituzione per i visitatori giunti in città per l'Esposizione Universale.
La prima sezione, la più corposa, è dedicata alla figurazione e alla natura morta, e rappresenta la trasformazione di questi due generi "classici" in contemporanei, partendo dai Minatori (1907) di Ambrogio Alciati e dal Ritratto di Maria Galli Frisia (1912) di Emilio Gola, opere veriste, al realismo magico di Elena di Troia di Achille Funi, per arrivare all'Autoritratto allo specchio III di Lucio Del Pezzo (2002), un omaggio del XX secolo al Surrealismo. Tra le nature morte sono da segnalare quella con cineserie del 1914 di Galileo Chini, ancora liberty, quella con bucrano di Cassinari, nello stile di Corrente, del 1942, e quelle geometriche di Birolli e Pirandello.

chighine composizione permanenteLa seconda parte è dedicata al paesaggio, soggetto molto amato dalla committenza borghese: sono esposti soggetti realisti, che si muovono nell'ambito figurativo, come Il mulino di Santa Chiara (1927) di Raffaele De GradaLa statua nel giardino (1928) di Pietro MarussigVilla Ciarlantini a Motrone Fiesole (1929) di Funi, il Paesaggio toscano (1955) di Carlo Carrà e il Paesaggio di Pallanza (1964) di Cristoforo De Amicis.

Il punto di arrivo sono il realismo, condito da elementi visionari, di Giuseppe Banchieri (Tetti di Milano, 1956) e il tocco chagalliano di Tadini (Il ballo dei filosofi, 1995).

La terza sezione è imperniata sull'astrazione, che, a Milano, nacque con la fine dell'esperienza di Novecento, nell'immediato secondo dopoguerra, e che si è declinata in mille sfaccettature, dal geometrismo di Luigi Veronesi, ancora debitore di Kandinsky e Klee, con Costruzione Kan 28 (1992), al cromatismo di Alfredo Chighine e di Roberto Crippa e al tocco lirico di Gabriella Benedini. L'ultima sezione è dedicata alla scultura, con un excursus sulla plastica milanese dalla fine dell'800 a oggi: un ponte levatoio che unisce il naturalismo di Luigi Secchi (Federico Mylius, 1885) e la scapigliatura di Giuseppe Grandi (Carlo Borghi, 1886 ca.), con il contemporaneo misto plastico-pittorico di Agenore Fabbri e con la street art del gruppo Urbansolid, che inserisce teste umane con espressioni e smorfie grottesche nei muri della città, con la stessa funzione dei mascheroni antichi e di inizio '900 (Cervelli italiani, 2014). Su questo ponte si muovono i maggiori scultori del '900, Messina, i Pomodoro, Martini e Staccioli ma anche un Lucio Fontana rappresentato dai due piatti in ceramica di Battaglia. 

young won kim shadow of shadow permanenteLa seconda mostra, invece, si muove completamente nel solco contemporaneo, e indaga i rapporti tra arte italiana e coreana. Curata da Maria Mancini, si intitola The wolf and the tiger. Il titolo ha origine, come sottolinea la professoressa Ko Chong-Hee nel suo saggio in catalogo, in un'affinità etnologica e, potremmo dire, anche zoomorfa: "Il lupo e la tigre sono gli animali più amati rispettivamente dagli italiani e dai coreani, e in questa mostra rappresntano simbolicamente l'incontro tra i due Paesi".

La mostra parte dai grandi della scultura italiana, Fontana, appunto, ma anche Martini, che la Mancini e la Chong-Hee hanno studiato, per un viaggio nel fenomeno contemporaneo coreano. Un fenomeno che non è solo Nam June-Paik, unico artista coreano noto al pubblico europeo e americano, presente in mostra con la tecnica mista Tv candle, del 1996, ma anche tanti altri artisti, sia emergenti che già affermati. Il contatto tra Natura e Civiltà è un elemento molto tipico dell'Arte coreana.

Come scrive Yoon Jin-Sup nel saggio in catalogo: "Così è nata una visione della Natura incentrata sul rispetto, con ideali come «senza far male alla Natura» o «abbracciati alla Natura», e questa mentalità ha avuto influenze tangibili anche nel campo della scultura, con opere sobrie e senza effetti artificiali". Una scultura naturalistica e spontanea, volutamente rituale ma che non scade nello ieratico, e influenzata dall'arte occidentale, italiana in particolare: non è un caso che la curatrice sia partita dal Pensatore (1943) di Martini e da Battaglia di Fontana, per toccare Marini (Testa di Stravinskij, 1950) e la Torre a spirale di Arnaldo Pomodoro.

Si tratta di opere che si muovono nel solco di un'imitazione della Natura affine a quella coreana. L'elemento tradizionale asiatico è perfettamente espresso in opere come The presentation (2005) di Moon Seup-Shim, allusione, con scodella, al main theme di Expo, ma anche in Forest 2014 di Heon Youl-Park, opera in marmo bianco illuminata in modo tale da farla sembrare una "selva oscura" ravvivata da un raggio di luce. Concludono la mostra le sculture di Jin-Sub Han, Tiger (2008) e Happy puppy (2015), in cui l'elemento grottesco espresso dalla posa del cane che urina alzando la zampa si unisce a quello rituale, evidente nella plastica così come nella forma, tipicamente simbolica e identitaria asiatica. 

Stefano

La Permanente. Una storia milanese
Dal 22 luglio al 12 settembre 2015

The wolf and the tiger. Scultura italiana e coreana
Dal 17 luglio al 1 agosto

Palazzo della Permanente
Via Turati, 34, Milano

Orari: martedì - domenica 10.00-13.00/14.30-18.30, chiuso lunedì, 15 e 16 agosto
Ingresso libero

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