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La figura femminile in mostra a Palazzo Reale

La grande madre: questo il titolo della grande mostra che, dal 26 agosto al 15 novembre, Palazzo Reale ospita come evento legato, ancora una volta, a Expo 2015 e al suo tema "nutrire il Pianeta".

la-grande-madre-mostra-milano-palazzo-realeCurata da Massimiliano Gioni, critico di fama internazionale, e organizzata da Fondazione Trussardi, la mostra non è un percorso, ma un racconto mirante a descrivere il nesso stretto tra Madre, Terra e Donna, nella sua carica primigenia di genitrice. Si tratta di un racconto solo in parte cronologico, ma anche tematico, legato indissolubilmente al ruolo della donna nel XX secolo.

Perché è stato scelto proprio il Novecento? In questi cento anni, la donna è passata da angelo del focolare a elemento dinamico della società in grado di occupare anche ruoli "maschili", senza tralasciare il suo compito materno che, per Natura, le è assegnato. L'Arte, in questo percorso di emancipazione, ha avuto un grande ruolo, e soprattutto per merito di artiste che hanno creato le basi per una "rivoluzione femminile" anche tra pennelli, matite e scalpelli.

Il racconto, non a caso, parte dal Primigenio, dall'Originale, da quell'Archetipo femminile rappresentato dalle statuette come la famosa Venere di Willendorf, del Museo di Vienna, colto nelle fotografie della cubana Ana Mendieta, o nel Concetto Spaziale di Lucio Fontana. Una potenza latente che esplode nel rapporto con la Terra: la Donna è Gea, la dea greca della Terra, ed è Cerere, il suo corrispettivo romano. Dopo un inizio antropologico, il racconto si fa più storico, con il ruolo delle donne nelle Avanguardie Storiche: la figura femminile, con il Simbolismo e l'Art Nouveau, si identifica con la Verità, quella Nuda Veritas raffigurata da Klimt ma anche da Munch nel disegno in mostra. Una verità eterea, non tangibile, ma simbolo di una potenza ancora primigenia, che la identifica come genitrice, come Madre, e come Origine del Mondo, in relazione con la psicanalisi di Freud e Jung.

Con il Futurismo, la Donna torna a essere "oggetto": viene disprezzata, in maniera estremamente maschilista, e considerata alla pari di ingranaggi meccanici, giusto come "macchina sfornafigli" e come oggetto di piacere maschile. Ciò non ha impedito ad alcune artiste di diventare figure quotate in Pittura e Scultura, come provano Regina, Benedetta ed Enif Robert, delle quali sono esposte tele e sculture, ma anche ad alcuni mostri sacri, come Boccioni, di realizzare straordinarie prove sentimentali, come il Ritratto della Madre del 1912. Un vero e proprio impeto di emancipazione emerge con il Dadaismo, in cui la donna inizia a essere calata in una società avvolta dal nichilismo e dalla disillusione, unita a una forte passione politica, come provano le opere di Sophie Tauber-Arp, membro attivo del "Dada" di Zurigo, e di Emmy Hennings.

la grande madre 3 me7d54oajl2d80qbk3itd7a5od19aexvi48cchdmxmSiamo negli anni delle Suffragette, le donne che chiedevano diritto di voto in una società che negava loro gli spazi vitali e i diritti più elementari: Francis Picabia raffigura questi momenti con inquietanti nessi tra eros, morte e macchine da tortura ancora futuriste, che sono un po' donne e un po' automi. Con il Dadaismo, ritorna, privata del maschilismo futurista, la pulsione erotica che la Donna rappresenta, come ben provato dalla fotografia Erotico velato di Man Ray in cui una giovane Meret Oppenheim (artista dadaista tedesca) viene raffigurata nuda accanto a una ruota meccanica mentre si copre il viso con una mano unta d'olio, ma emerge anche una volontà di maternità asessuata ben espressa dall'orinatoio di Marcel Duchamp, forse l'artista più nichilista di tutto il Novecento. Il Surrealismo, invece, cala la donna in una dimensione misogina: Breton e compagni non la vedono altro che come pazza, isterica, eterna bambina o oggetto di mire sessuali maschili. E' stato, però, proprio il movimento artistico che meglio indagò l'Inconscio a definire la donna come una guida dentro noi stessi, alle radici dell'amore e dell'eros, come provato dalle due opere di Dalì esposte in mostra e dalla Donna a cento teste di Max Ernst.

Da questa posizione ambivalente del Surrealismo è nata la vera emancipazione artistica della donna: tantissime artiste si sono rifatte ad antichi miti in cui il potere è femmina, raffigurandosi come Divinità (Leonora Carrington), sciamane (Leonor Fini) o animali feriti (La cerva ferita di Frida Kahlo). Questa prassi di appropriazione femminile di ciò che era maschile, ha portato le donne ai vertici culturali mondiali, facendole entrare nelle gallerie e nei circuiti migliori del mercato dell'Arte. Con il Secondo Dopoguerra, la questione femminile esplode, e cominciano a nascere, negli anni '60, i collettivi femministi, a difesa della dignità della donna, della difesa del proprio corpo e della propria sessualità, della libertà di fare o non fare figli e di usare, per la prima volta nella Storia, metodi anticoncezionali fino ad allora considerati tabù. C'è, quindi, un ritorno alla dimensione materna, ma mediato dall'impegno politico e sociale, come prova la commovente installazione della giamaicana Nari Ward raffigurante una giungla di passeggini vuoti, simbolo dell'infanzia perduta, che la città-Madre vede come uno strazio. Non a caso, questa installazione è legata alle opere di Maternità in tempo di guerra, come l'autoritratto di Diane Arbus e il fazzoletto delle Madri di Plaza de Mayo, strazianti simboli di pietà umana.

Con la nascita dei collettivi femministi, la donna si emancipa anche a livello artistico: da un lato Jeff Koons la raffigura come una Venere-palloncino scarlatto, mentre dall'altro c'è chi, come l'inglese Sarah Lucas, preferirebbe una società matriarcale, esemplificata dall'opera Mumum, in cui la donna non sia più nutrice dei popoli, ma elemento autonomo e libero. Anche la grande Yoko Ono, nel suo video Freedom, raffigura una donna che vuole essere libera di scegliere, orgogliosa delle proprie scelte sessuali e lontana da ogni forma di sessismo, così come Louise Bourgeois ritorna all'arcaismo per esaltare il corpo della donna, ricalcando il motto delle femministe "Io sono mia". Così si arriva ai nostri giorni, tra incubi freudiani legati alle deformazioni fisiche post-maternità nell'opera della svedese Nathalie Djurberg e l'ironia sul sesso femminile dell'americana Ida Applebroog. Le artiste femministe calano la donna nel mondo coevo, realizzando fotografie di "working class heroins", donne lavoratrici di tutti i giorni, nude con i loro bambini dopo il parto (Rineke Dijkstra) o versioni pop della Carità (Judy Chicago), o ancora trasposizioni moderne della Fornarina di Raffaello (Cindy Sherman). Si avverte anche un ritorno al primigenio con l'affresco digitale di Pippilotti Rist e con Mother, toccante fotografia di Maurizio Cattelan, così come alla sacralità della Madonna, ma il realismo descrittivo di violenze e soprusi domestici ha ancora il sopravvento, come prova l'opera della siciliana Carla Accardi. Chiudono il racconto raffigurazioni di madri moderne, come Nancy and the twins di Alice Neel e la foto della madre di Gillian Wearing.

Stefano

La Grande Madre
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: lunedì 14.30-19.30, martedì-mercoledì-venerdì-domenica 9.30-19.30, giovedì e sabato 9.30-22.30
Biglietti: 8,00 euro intero; 5,00 ridotto

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