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Credevo fosse amore e invece ero all'Expo

Hanno cercato di dissuadermi con la prospettiva di ore ed ore di logorante coda (io che non ho pazienza nemmeno per aspettare il resto al bar). Hanno cercato di farmelo odiare gli infiniti, fotocopiati selfie davanti all'albero della vita che mi ricordavano molto le immancabili foto ricordo con Topolino quando si andava a Disneyland.

expoMi sono quasi lasciata convincere dalle espressioni disilluse dei miei amici che c'erano già stati, faccine emoticons a metà tra un  " carino" e un  "non mi va di parlarne". Un pò  per il mio orgoglio da italiana e un (bel) pò per il mio vivere a solo un 'ora di distanza da Milano ho deciso di compiere anche io il mio pellegrinaggio verso Rho Fiera. Magari questa volta ci scappava il miracolo.

Già alle 8:30 di mattina ero in coda ai tornelli mentre cercavo di informarmi sui padiglioni che erano assolutamente da vedere. Il toto-paesi impazzava : Giappone, Emirati e Kazakistan erano decisamente imperdibili, Brasile, Cina e Angola si battevano degnamente per il quarto posto.

(Mi sono sempre divertita a pensare quanta gente in coda per il Kazakistan fosse in grado effettivamente di collocarlo su una cartina geografica). Alle 9:40 sono dentro, il Padiglione Zero situato all'ingresso ha già due ore di coda; un'assistente mi promette che il pomeriggio sarà meno affollato ed io, speranzosa, mi fido e passo avanti.

Prima tappa: Sudan. C'è poca coda e capisco perché : una stanza 4 metri per 4 con in vendita prodotti tipici quali bracciali e statuine. Sensazione di già visto da qualche parte alle bancarelle dei mercatini.

E il cibo? e il tema dell'alimentazione? Qualcosa mi sfugge.

Seconda tappa: Stati Uniti di Corea. Due ore di coda che per fortuna scorrono via veloci ed entriamo.

Luci al neon coprono le istallazioni mentre bracci meccanici muovono uno schermo sul quale compaiono immagini confuse di cibi e paesaggi. La seconda stanza è enorme, immensa nell'oscurità fatta eccezione per dei globi iridescenti disposti ai lati dove appaiono per magia foto di piatti tipici coreani.

Scenografici, sicuramente d'impatto, ma la percezione rimane quella di guardare un menù del take-away.

Sono le 11:30 e devo ancora capire che ci faccio qui.

Percorro il decumano insieme ad altre 10 milioni di persone (almeno, l'impressione è questa) cercando di non farmi travolgere da nessuno ma alla ventesima spallata che ricevo ammetto che comincia a salirmi l'odio.

In mezzo alla bolgia spiccano gli stand di prodotti animali, verdure legumi e formaggi. -Finalmente del cibo!- penso. Invece no, orrore degli orrori è tutto finto, plastificato. Mi rendo conto che mettere dei maiali veri in mezzo all'expo sarebbe stato problematico ma i legumi? i formaggi? Mi ricordano in versione 2.0. i finti cibi che usavamo da piccoli nelle cucine giocattolo.

Nel frattempo, ignorando gli stand di street food e qualunque senso questo expo possa avere, branchi di teenagers, ma non solo, passeggiano con un sacchetto del Mcdonalds in mano. Per salvare la giornata mi dirigo verso l'albero della vita, cuore pulsante e copertina patinata di questa esposizione universale.

Ed è l'ennesima delusione. Non per la struttura in sé, vero capolavoro bresciano, ma per la massa di rifiuti galleggianti che navigano, pacificamente ignorati nella piscina ai sui piedi. Se solo la gente la smettesse di guardare il mondo attraverso una cellulare, preoccupandosi solo di riuscire bene in foto forse si renderebbe conto di quello che succede davanti a loro.

Mi avvicino ad un assistente, chiedendogli se lo sporco sia normale. Ricevo in risposta un'espressione sbigottita, mentre incredulo si avvicina anche lui per controllare. Mi assicura che presto sarà tutto a posto e dunque speranzosa, seppur non del tutto convinta, mi allontano verso il padiglione del Qatar.

Tralascerò sulle due ore di coda per entrare ( mi è andata ancora bene, il Kazakistan chiuse per due volte la coda, arrivata a superare le 7 ore di attesa), ma quando sono dentro rimango a bocca aperta.

Avrei voluto che fosse per la meraviglia, ma no. E' stato lo shock.

Davanti a me un tavolo con piatti tradizionali perfettamente replicati su cui la gente-ovviamente-si affanna a scattare foto. Guardo meglio: sono finti. Di nuovo. La situazione comincia davvero a sembrare ridicola, forse siamo tutti vittima di qualche candid camera.

Ascolto a malapena la guida che descrive sommariamente la cucina tipica del Qatar, a base di riso e carne "con un sacco di spezie" senza neanche darsi la pena di spiegarci di quale spezie si tratti.

Due ore di coda per un informazione che avrei trovato su Wikipedia in due minuti. Uscendo sento la voce di Crozza nella mia testa che dice "mi stai diludendo di dilusione!!" perfetta esternazione del mio stato d'animo attuale. Non mi do per vinta e mi dirigo verso il padiglione Cina, certo uno dei più scenografici e paparazzati.

Qui la situazione si risolleva un pò( andare peggio sarebbe stato difficile) perché dopo un percorso tematico incentrato sulle diverse coltivazioni utilizzate dai cinesi, una piattaforma ci permette di ammirare dall'altro lo spettacolo cromatico di 20.000 luci che disegnano gabbiani in volo, pesci che nuotano nel mare e onde che si infrangono sulla battigia. L'effetto complessivo è davvero potente e straordinariamente realistico.

Ma la magia del momento viene spezzato dall'attesa di 20 minuti per permettere il passaggio della delegazione cinese accompagnata dal presidente della regione Lombardia Roberto Maroni.

Al suo arrivo capto movimenti convulsi alle mie spalle, cellulari tirati fuori e foto scattate  condite da un flussi di sussurri ed esclamazioni "é lui! é lui!!". 

Due turisti spagnoli, gli unici a parte me rimasti con le mani in tasca mi domandano se per caso si tratti di  una persona molto importante. "Beh, lui crede di si".

Ripercorro il decumano in senso opposto per dirigermi verso il Padiglione Zero. I vari stand di Moretti, lo ammetto, mi invogliano a bere una birra, ma la vista delle code mi convincono ogni volta a rimanere astemia.

Una fiumana di persone disposte docilmente in fila si frappone fra me e l'ingresso del padiglione.

Tempo d'attesa impronunciabile ma accetto stoicamente la mia croce.

Credetemi, dopo una giornata all'Expo, persino il tempo d'attesa alle poste vi apparirà più rapido di una sveltina.

"Divinus Alitus Terrae",  la scritta in latino ci da il benvenuto nel padiglione zero, sicuramente uno dei più centrati in linea al tema dell'Expo.

Tra le istallazioni, una montagna di finto scatolame simboleggia lo spreco eccessivo prodotto dall'uomo.

La struttura è imponente ma non colpisce davvero il segno, perché le lattine sono grigie, tutte uguali, riproduzioni contraffatte di un problema reale.

Se ci fosse stato del vero scatolame, prodotti che compriamo e buttiamo tutti i giorni credo che l effetto sarebbe stato più potente e il messaggio più incisivo : perché lo spreco di cibo che quotidianamente produciamo non è una finzione e gli 800 milioni di persone che soffrono la fame non sono fatti di plastica, ma drammaticamente reali.

Sta calando la sera e le luci illuminano l'Expo come un luna park mentre cominciano a crearsi code fuori dai ristoranti.

Sono le 7 di sera e l'albero della vita è completamente circondato da migliaia di persone che seguono il count down del timer.

Lo show inizia ed è davvero mozzafiato vedere le luci intrecciarsi sull'albero, le fontane che giocano con l'acqua seguendo le note della musica.

il tutto dura forse cinque minuti ma l'applauso del pubblico sorge spontaneo. Il fluorescente albero, ora  tricolore, è l'ultima immagine che mi porto via da questa tragicomica esperienza Expo. Molte cose mancano all'appello.

Non sono riuscita a vedere il Santo Graal, il padiglione Giappone, e non ho nemmeno fatto richiesta per il passaporto Expo che molti sventolavano con visibile orgoglio mostrando tutti i timbri accumulati, neanche fossero le conchiglie ottenute lungo il Cammino di Santiago.

Non ho bevuto nemmeno una birra e in 12 ore sono andata in bagno solo una volta : piuttosto che rifare una coda di 40 minuti ho deciso di optare per la disidratazione.

Me ne vado con un sospiro e un'alzata di spalle, con il pensiero che in questo Expo ci sia qualcosa di irrimediabilmente sbagliato, come Pinocchio che dopo essersi lasciato abbagliare dal Paese dei balocchi capisce che qualcosa non va.

Me ne vado pensando che le ore di attesa per fare qualunque cosa( dal vedere un padiglione al bere un caffè) sono una condanna ed un supplizio immeritati e in molti casi non valgono nemmeno la pena.

Me ne vado correndo via da questo paese dei balocchi, perché sono in ritardo per prendere il treno e se fossi costretta ad aspettare il prossimo potrei facilmente perdere quel che  resta della mia sanità mentale. 

Giulia Martensini

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