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La cultura in saldo è sempre positiva?

articolofotoIl legame tra il prezzo di una cosa e la qualità della stessa è oggetto della nostra quotidianità da sempre. Sapremmo spendere, e lo faremmo volentieri, per una bottiglia di vino di ottima annata. Non ci stupiamo se al supermercato un prodotto biologico ha un prezzo alto: ne riconosciamo la qualità; dovremo solo decidere se, secondo i nostri interessi e preoccupazioni, valga o meno la pena di acquistare il prodotto.

Fino al momento in cui interviene il fattore prezzo saremo predisposti ad una immediata valutazione qualitativa: nel toccare una borsa, un abito, un pezzo di arredamento, sapremo riconoscerne la fattura e sarà un dato, almeno in un primo momento, sufficiente a figurare un prezzo nella nostra mente.

Sono questi tipi di interesse e preoccupazione che si indeboliscono nel momento in cui ci viene offerto qualcosa di gratuito. Quando riceviamo prodotti in omaggio – gli assaggi gastronomici al supermercato, per esempio -, ci preoccupiamo poco della qualità della cosa, tanto è gratis, e la accettiamo. Non ci è costato nulla accettarla e nella peggiore delle ipotesi avremo solo assaggiato del formaggio e il nostro palato ne uscirà inasprito per qualche minuto. Allo stesso modo potrebbe capitare che il prodotto sia di nostro gradimento e penseremmo di acquistarlo. Se, di fatto, non ci fosse stata proposta una forma di anteprima gratuita avremmo considerato l’acquisto con poche probabilità: la proposta di qualcosa che non implicasse dispendio di soldi o, più banalmente, di attenzione, ci ha saputo attrarre e ci ha fatto scoprire una cosa di nostro gusto.

Non è sbagliato pensare che saremmo tutti predisposti a spendere una cifra più o meno alta per una cosa che consideriamo di nostro interesse e a cui abbiamo, di conseguenza, attribuito del valore; è il valore che attribuiamo alla cosa che ci convince ad impegnarci non solo economicamente.

Se la nostra psicologia è così – in apparenza - semplice da poter essere sedotta da un espediente di marketing, che ci persuade proponendoci qualcosa di gratis solo per potercene avvicinare in un secondo momento, considerando in questa sede solo il grado di soddisfazione che ne ricaviamo, allora sembrerebbe che il gioco valga la candela. Se si parla di formaggio.

Parlando di cose che richiedono un coinvolgimento che vada oltre la gustosità e l’appetito, come giudicheremmo il nostro atteggiamento de “lo faccio solo perché non mi costa nulla?" Avrebbe lo stesso valore un’esperienza alla quale mi avvicino non per reale interesse ma unicamente per il proprio costo-zero e che posso decidere di abbandonare, consolato dal fatto di non aver speso denaro? C’è chi risponderebbe che se il risultato finale è buono e valido, poco importa della casualità o delle motivazioni – o non motivazioni – che ci hanno spinto ad agire.
L’atteggiamento è paragonabile a quello di un ragazzo che studia e prende buoni voti solo per compiacere i genitori ma è in realtà totalmente disinteressato di tutto ciò che può aver letto.

Chi direbbe: bravo ragazzo, diligente, continua così.
Due le scuole di pensiero: chi da importanza al risultato ultimo, raggiunto con più o meno interesse; e chi attribuisce più valore all’interesse, alla passione con cui viene raggiunto il risultato.

Come giudichiamo i quasi cinque milioni di visitatori che domenica 1 novembre hanno visitato musei, chiese, parchi, i cui ingressi erano gratuiti? Il successo della giornata è stato evidente. Pochi potrebbero pensarla come cosa negativa, e in fin dei conti, non lo è.

Viene da chiedersi quanti di questi cinque milioni si fossero trovati nel tal museo solo perché gratuito, e quindi perché un giro non sarebbe costato nulla, e quanti avessero visto questa giornata come una buona occasione di visitare siti di proprio interesse. Il risultato finale, ad ogni modo, è che all’incirca cinque milioni di persone hanno potuto avvicinarsi ad una parte del patrimonio artistico italiano, chi più interessato e chi meno. Ed era questo l’obiettivo dell’iniziativa: far conoscere agli italiani le ricchezze del paese.
E’ naturale che i numeri sarebbero, senza sorpresa, più deboli, se un’iniziativa come questa non fosse stata proposta.

illustrazionearticoloBen venga? 
Viene inoltre da chiedersi quanto i musei ad ingresso gratuito possano essere una buona idea. E questo coinvolge l’Italia, i cui ingressi ai musei sono generalmente a pagamento, fino ad un certo punto.
A prescindere dall’atteggiamento del visitatore, la domanda è se sia metodo che valorizzi o impoverisca i musei.
Proporre il museo a costo-zero avvicina certamente più gente alla realtà che propone, ma ne affievolisce forse l’importanza? Un vestito, se indossato da tutti, ha lo stesso valore?
La cultura non va data per scontata e non va svenduta, anche se profondamente positiva e rara nella quotidianità dei più.

Jonathan Jones, in un articolo dal titolo “Give us your money. Why tourits should pay to visit museums in the UK” pubblicato lo scorso 2 novembre sul Guardian, è pungente nell’osservare come si paghi per qualsiasi attività culturale: teatro, cinema, musica, giochi e sport e fa una semplice domanda: perché i musei sono da considerarsi meno importanti o di meno valore?

La sua posizione, posta in questi termini, è certamente poco biasimabile.
Ci pesa di più pagare l’ingresso ad un museo, soprattutto all’estero, che ad uno spettacolo teatrale.
Occorre capire perché e con quale importanza il prezzo per l’entrata in un museo debba influenzare la scelta di un potenziale visitatore. Il costo zero avvicinerebbe chiunque: interessato o no. Parlare di agevolazioni per studenti, bambini ed anziani è solo questione di buon senso.
La vera preoccupazione dovrebbe essere quella di non rischiare in questo modo di ridurre un museo a banale attrazione che vale la pena di considerare solo nel momento in cui ci viene proposta come totalmente libera e priva di qualsiasi tipo di impegno – mentale o economico – .
La pretesa della cultura in saldo è cosa che dovrebbe rincuorarci – perché così più gente viene a contatto con questa realtà – o è cosa che dovrebbe preoccuparci?

Potrebbe senza dubbio rincuorarci sapere che le persone conoscono un pezzo della cultura alla quale appartengono. Crederei però che proporre e pretendere la gratuità di alcune esperienze ne possa compromettere il valore: non s’intende con questo che non si possa ricavare niente di prezioso e buono da esperienze prive di costo, tutt’altro: la questione sta nel valutare l’atteggiamento, e la mente, l’interesse e la passione con la quale ci si pone a un qualsiasi tipo di esperienze. Pensare che si riduca tutto all’ultimissimo risultato, è una forma di cinismo che non fa bene al valore da attribuirsi alla cultura.

Deborah Gjinaj

Illustrazioni:
Hanna Barczyk 
Osato Emumwen

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