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Berlino, 13 novembre 2015: siamo nati in guerra

siria1.  BERLINO, 13 NOVEMBRE 2015.  L'INIZIO DI TUTTO

 

Mi trovavo nella mia stanza, il 13 novembre 2015, a guardare il notiziario. “Le mignottone ispaniche sono le peggiori” mi diceva Vince dall’altro capo del telefono. “Puoi dirlo forte. L’altro giorno al Panic ho visto tre colombiane con un di dietro enorme che facevano un twerking. E’ stato orribile.” rispondevo io.  Tutto mi sembrava soddisfacente, una discussione, un tetto sopra la testa, un bicchiere di latte. Mentre la mia vita girava intorno ad una calda sicurezza, a Parigi morivano 129 persone.


“Diavolo Ben. Dicono che i francesi vogliono contrattaccare la Siria. Ma è tutta colpa dell’occidente e delle sue scelte politico-militari se sta succedendo tutto questo.” mi dice Vince dall’altro capo del telefono.

Io non rispondo e cambio discorso. L’unica cosa che mi passava per la testa in quel momento era che tutto quello in cui avevamo creduto e in cui avevamo riposto una speranza era cambiato. Non era più qualcosa di statico, inamovibile, unico. Era diventato un punto di domanda. Rimarcato sulle nostre coscienze come un timbro. E tutto questo stava cambiando proprio sotto i nostri occhi.

Il mondo occidentale, ancora una volta, non era più sicuro. La favola della patria controllata e gestita da menti differenti e migliori non se la sarebbe bevuta più nessuno.


Quel giorno andai a mangiare una pizza a casa di una mia amica, Jennifer, anche lei in Erasmus a Berlino da qualche mese. Il tempo per vederci era sempre molto, ma nonostante tutto ci vedevamo una volta a settimana. Non so ancora il motivo, forse per pigrizia.

Avevo mangiato tanto, quel giorno. Una di quelle pizze tedesche che si autoproclamano italiane. Mentre bevevo il caffè al notiziario comunicarono che 12 caccia francesi avevano appena bombardato la capitale del cosiddetto stato islamico, Raqqa, colpendo alcuni punti nevralgici della città. Era iniziata una guerra, si diceva in giro. Ma la guerra c’è sempre stata, anche quando pensavamo che non ci fosse, pensavo io.


Andammo in un parco, subito dopo. C’era il sole e c'erano anche molte famiglie in giro nonostante i 15 gradi. Tutto andava avanti. E anche io, se permettete, andavo avanti.

C’erano molti uccelli in quel parco. D’altra parte esso era famoso per aver ospitato diverse gare di “Birdwatching”, meta di moltissimi appassionati di ornitologia.

Io e Jennifer nel frattempo ci ritrovammo seduti su un portico a guardare un rusciello. Esso emetteva dei suoni così leggeri che parevano rumore di ghiaia sotto il sole cocente di mezzogiorno. Guardando l’orizzonte mi accorsi di un merlo, posato su uno scoglio che a malapena fuoriusciva dalla superficie dell’acqua. Quella povera creatura sanguinava, e il battito dei suoi occhi pareva che dicesse ad alta voce di non voler più soffrire. Il merlo stava lì, a poltrire, e mentre io lo guardavo e toccavo con mano la sua sofferenza e il rumore del mare accompagnava il silenzio della morte, abbassai lo sguardo. 

Pensai che tutto quello che abbiamo intorno ha bisogno di risposte.

2 . LO SVOLGIMENTO DELL’ESISTENZA


Avevo viaggiato poco nella mia vita e avevo poca esperienza del mondo e di quello che poteva offrire. Tuttavia, Berlino per me era diventata quasi una seconda casa. Mentre la gente del luogo sognava ombrelloni e cocktails sulla spiaggia, quando sognavo io rimanevo dove mi trovavo. Il mio sogno era stare lì, e io lo stavo facendo avverare. Ma soprattutto me ne potevo rendere conto. Capita poche volte di avverare un sogno in modo prolungato, provare un piacere incontrastato che però non è immediato ma perdura nel tempo. Giorni, settimane, mesi. E tutto questo era sotto i miei occhi come la moka del caffè al mattino. Era lì, fermo, a fissarmi.

Allo stesso tempo però bolliva con prepotenza.


Quel giorno la mia felicità aveva raggiunto un equilibrio mai provato prima. Si dice che le persone quando vivono in provincia hanno il sogno di vivere in città mentre le persone che vivono in città desidererebbero vivere in provincia. Io non preferivo nulla, mi bastava quello che avevo.

E mentre io mi accontentavo come mai avevo fatto nella mia vita, quel merlo moriva.

La gente moriva. Francia, Belgio, Libano, Siria. Tutto nello stesso momento. Come se il tempo si fosse fermato su due poli completamente opposti. La mia soddisfazione e la soddisfazione del soldato che uccide il nemico. Due mondi paralleli e differenti ma allo stesso tempo maniacalmente complementari.


Terminato il giro al parco, Jennifer mi disse che avrebbe avuto una lezione ed era molto in ritardo. Io la lasciai alla sua corsa frenetica verso il dipartimento di Lettere e me ne tornai a casa. Mentre camminavo ascoltavo dalle cuffie Down By The River di Neil Young. Una canzone forse un po’
troppo vecchia per il mio vestiario e la mia coscienza ma terribilmente piacevole se ascoltata d’autunno a Berlino.

Ogni volta che inserivo le cuffie nelle orecchie il mondo si fermava. E se permettete, io andavo avanti lo stesso.

Aprii la porta di casa, appesi la giacca alla parete e mi sdraiai sul divano con un bicchiere di vino rosso. Accesi la televisione e appresi al notiziario che anche la Russia aveva cominciato a bombardare all’impazzata la capitale dello Stato Islamico.

Senza farci nemmeno tanto conto spensi la televisione e mi recai in camera a scrivere.


Adoro scrivere. Quando scrivo sento la forza nelle mie dita, sento che sto facendo qualcosa di buono ma soprattutto qualcosa che possa essere ricordato. Scrivere non è da tutti, ma questo non vuol dire che io sia un fenomeno a farlo. Mi incanta semplicemente la sensazione di poter dire qualcosa, di poter valere qualcosa per qualcuno.

Quel giorno fui ispirato dagli eventi di Parigi. Così ispirato che cominciai a scrivere un racconto. Una lettera, scritta da un militare siriano, destinata alla famiglia. Quella lettera avrebbe dovuto contenere segnali di dolore, tristezza, rancore, emozione. Ma soprattutto avrebbe dovuto dimostrare come tutto ruota intorno al piacere e all’interruzione di esso. E' un peccato originale, una maledizione che si incolla come un parassita sulle nostre ossa, nella nostra mente. Come se tutto quello che ci accompagna fin dalla nascita abbia avuto un valore che ora non c’è più. O forse non c’è mai stato.

“Adoro sparare” scrive alla moglie questo ignoto militare siriano. “Quando sparo sento la forza nelle mie dita, sento che sto facendo qualcosa di buono ma soprattutto qualcosa che possa essere ricordato. Sparare e combattere non è da tutti, ma questo non significa che io sia un fenomeno a farlo. Mi incanta semplicemente la possibilità di poter dire qualcosa, di poter valere qualcosa per qualcuno.”

Valere qualcosa. Potrei ripeterlo per giorni. Un valore che viene spazzato via se un racconto non viene apprezzato.

Un valore che viene spazzato via se ricevi un colpo in testa.

Francia, Siria, Libano, Belgio, Kenya. Cinque valori che venivano spazzati via dalla “forza delle dita”. Dall’emozione, la competizione, il potere.


3.
LA FINE DI TUTTO


Credo che la guerra sia un virus inestirpabile nato e cresciuto a braccetto con l’umanità. Un merlo muore, uno studente scrive un racconto, un siriano spara, un siriano viene ucciso.

Siamo nati in guerra.

Tutto ruota intorno ad un chiacchiericcio steso sulle coscienze delle persone mentre tutto va in frantumi.

“Siamo in guerra” dicevano. “Ma la guerra c’è sempre stata” pensavo io. “La guerra c’è sempre stata, anche quando pensavi che non ci fosse” scrive il padre siriano al figlio nella sua lettera. “L’importante è pensare che non ci sia e che tutto quello che sta accadendo, sta accadendo per un motivo.”


Alzai lo sguardo perché avevo scritto già metà del racconto e l’orologio segnava mezzanotte e quaranta. Avevo lezione il giorno dopo, quindi decisi di coricarmi.

Mi infilai sotto le coperte. Fuori faceva freddo, molto freddo. La pioggia colpiva il vetro della mia finestra come i proiettili avevano colpito la schiena di un povero sbarbatello francese al suo primo concerto parigino.

La musica nelle mie orecchie non era più quella di Neil Young. No, perché non sentivo più nulla. La mia mente non sentiva più nulla. Era rinchiusa in una bolla e il silenzio la stava distruggendo. Il silenzio di chi, tanto, è ingabbiato nel suo spensierato guscio di amore e di fratellanza occidentale. Il silenzio di chi è felice e soddisfatto a prescindere da tutto. Non importa come, non importa dove, non importa quando. Tutto quello che hai attorno ti salverà. Non esiste, non è mai esistito e mai esisterà. Ma tu ci credi, e ti senti protetto.

L’importante, d’altra parte, è non pensarci.

Matteo Mario

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