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L'Arte di Adolfo Wildt in mostra alla GAM di Milano

wildt atteLa GAM di Milano, all'interno della Villa Reale di Via Palestro, ospita una grande mostra dedicata ad Adolfo Wildt.

Adolfo Wildt (1868-1931). L’ultimo simbolista è il titolo dell’esposizione, curata da Paola Zatti con la collaborazione di Beatrice Avanzi, Ferdinando Mazzocca e Ophélie Ferlier, in corso dal 27 novembre 2015 al 14 febbraio 2016. Alla Villa Reale non sono presenti solo opere delle collezioni comunali milanesi, ma anche marmi, gessi e bronzi giunti da Venezia e Forlì, nonché da molte raccolte private.

Adolfo Wildt nacque a Milano nel 1868 da padre di origine tedesca. Nel 1880, fino al 1884, si formò nelle botteghe dello scapigliato Giuseppe Grandi e di Federico Villa, per poi proseguire il suo aggiornamento all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Nel 1891 si sposò e, due anni dopo, iniziò la sua fortuna: per la prima volta partecipò a una mostra e ricevette la prima commissione per una scultura funebre per il cimitero di Vigevano. L’anno successivo conobbe il suo primo mecenate, Franz Rose, prussiano, anch’egli scultore, e fu grazie a lui che poté partecipare a varie esposizioni in Germania. Tornato in Italia, nel 1906, un suo gruppo fu accolto negativamente dalla critica e Adolfo cadde in depressione, alla fine della quale realizzò opere come La maschera del dolore e La trilogia.

wildt vir temporis actiA cavallo della Prima Guerra Mondiale, si dedicò al disegno, subendo l'influenza dell'Espressionismo austro-tedesco, e conobbe la sua seconda mecenate, Margherita Sarfatti, oltre a realizzare varie sculture tombali per il Cimitero Monumentale di Milano ma anche per altri campisanti tra Lombardia e Piemonte. Nel 1922, la Galleria Pesaro, graziealla mediazione della Sarfatti e dell’industriale Chierichetti, gli dedicò una prima mostra personale con cinquanta opere esposte. Il 1922 fu l’anno dell’apertura della sua Scuola del Marmo, in cui si formeranno anche Lucio Fontana e Fausto Melotti. Nel 1925, sempre grazie alla Sarfatti, entrò a far parte del Comitato Direttivo del gruppo Novecento, avvicinandosi sempre più al regime fascista. Del 1926 è la sua unica grande impresa decorativa, quella del Monumento alla Vittoria di Bolzano, dove lavorò alla parte scultorea insieme a Libero Andreotti, Pietro Canonica, Arturo Dazzi e Giovanni Prini. Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati, oltre a nuove opere per il Monumentale, a lavori sacri, come busti di San Francesco o Madonne, ma anche il grandioso Sant’Ambrogio per il Monumento ai Caduti. Dopo aver completato la sua opera testamento, il Parsifal, morì a Milano nel 1931.

Senza questa premessa biografica, risulterebbe difficile capire le cinquanta opere esposte alla Villa Reale. La mostra è suddivisa in sezioni a carattere biografico, che partono dagli esordi per arrivare all’eredità di Adolfo Wildt. Da quanto esposto, si potrebbe definire la sua opera un mix di naturalismo, simbolismo, Liberty e Arte fascista, ma, forse, la chiave simbolista è la predominante per capire il suo lavoro. I suoi esordi furono naturalisti, quasi veristi, come prova la sua prima opera, Vedova (Atte), del 1892-94, messa a confronto con la classicissima Vestale di Antonio Canova, o anche il levigato ritratto di Franz Rose del 1912: in entrambi i casi è anche forte l’affinità con l’opera di Medardo Rosso.

Gli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale furono segnati dall’influenza delle Secessioni ma anche della classicità: le Maschere dell’idiota sono un pezzo magistrale di scultura liberty, mentre il Vir temporis Acti, del 1913-14, pare ispirato dalla scultura tardoantica. Furono anche anni di dolore, legato alla depressione, come provano Il Prigione, simbolo di un uomo michelangiolesco che vuole slegarsi dai lacci del male, e, soprattutto, La maschera del dolore, opera drammatica e teatrale, simbolo dei tre anni più tristi della carriera di Wildt. wildt carattere fieroSuperata la depressione, per lo scultore si aprì la fase più “simbolista”, mistica e spirituale ma anche onirica: emblematiche sono due opere come l’erma Carattere fiero – Anima gentile del 1912 e la Concezione del 1921-22. In questi lavori, Wildt partì dall’influenza della Secessione Viennese, per arrivare a un risultato personale più elevato dal punto di vista spirituale, non fermo alla Vanitas così poeticamente espressa da Klimt, ma più puro.

Il fenomeno scientifico del concepimento di un bambino viene descritto come un’elevazione spirituale verso un’entità divina che tocchiamo con occhi e mente ma non vediamo: non a caso, Wildt si è sempre definito credente non praticante. Lo scultore pensò anche all’episodio del concepimento in chiave musicale, creando un pezzo di marmo laccato con oro, in cui un bambino inginocchiato prega davanti a un organo a canne (Il figlio, 1922). L’erma è un pezzo di scultura liberty tarda nella collocazione cronologica ma ancora inserita nel fenomeno a livello tematico, soprattutto per il suo porsi sia come lavoro decorativo che come maschera teatrale, in  grado di anticipare la dinamica Vittoria di Casa Berri-Meregalli, uno dei suoi capolavori. In questi anni, anche il tema materno si affacciò al balcone della creatività di Wildt, ma lo scultore non lo tradusse mai nei termini, canonici, della Madre che allatta, come di lì a poco avrebbero fatto gli ex avanguardisti Carrà e Balla tornando all’Ordine, ma quello di una madre riflessiva, con gli occhi chiusi, in silenzio, che medita, come prova la bellissima Vergine del 1925. Furono anche anni di opere sacre, come provano la Santa Lucia, barocca nello slancio mistico verso l’Altissimo, ma anche nella posa berniniana, così come il San Francesco, semplice come si addice al Poverello ma anche richiamante Modigliani nell’ovale del volto smunto. Nell’arco di pochi mesi, Wildt passò da un’Arte spirituale, apolide ed eterea a una profondamente materiale, politicizzata e, anzi, di regime, frutto della sua adesione a Novecento e al fascismo.

Fino alla morte, Wildt creò opere ufficiali, specie ritratti, segnati dalla retorica e dalla monumentalità tipiche dei dettami voluti da Mussolini: ne sono prova i busti bronzei del Duce e di re Vittorio Emanuele III, così come quelli marmorei di Arturo Ferrarin e di Fulcieri Paolucci de’Calboli. Naturale conclusione del percorso è il monumentale Parsifal, del 1931, ultima opera di Wildt, richiamante la classicità ma anche espressione di un estremo “streben”, un’intima tensione verso l’infinito, autoritratto di un artista già consapevole di essere giunto al capolinea della sua vita: l’opera è messa a confronto con la sua eredità, ovvero un Concetto spaziale di Fontana del 1960 e tre opere del 1968 di Melotti, a segnare la continuità tra il lavoro del Maestro e l’opera degli allievi.

Adolfo Wildt. L’ultimo simbolista

Dal 27 novembre 2015 al 14 febbraio 2016

GAM Milano
Via Palestro 16, 20121 Milano
Orari: martedì – domenica 9,30-17.30, giovedì 9.30-22.30; lunedì chiuso
Biglietti: 5,00 euro intero; 3,00 euro ridotto
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