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Referendum Trivelle: intervista ad un fautore del SI

referendum trivelleDomenica 17 aprile si vota per il cosiddetto Referendum sulle trivelle. Intervistiamo Andrea Boraschi di Greenpeace Italia, fautore del SI.

Quali e quanti impianti di estrazione riguarda il cosiddetto Referendum sulle trivelle?
Riguarda 88 piattaforme presenti nei nostri mari entro le 12 miglia dalla costa, tra l’Adriatico, lo Ionio e il Canale di Sicilia. 35 di questi impianti sono non operativi o non eroganti, 29 producono talmente poco da essere esentati dal pagamento delle royalties, i rimanenti estraggono in totale il 2-3% del gas che si consuma annualmente in Italia e lo 0,8% del petrolio di cui ha bisogno il Paese. Pochissima cosa, insomma.

Cosa succederebbe se vincesse il No?
In caso di vittoria del No o di mancato raggiungimento del quorum, rimarrebbe in vigore una norma che consente oggi a questi impianti di rimanere lì senza una scadenza precisa, potenzialmente ancora per decenni. È una legge scritta per garantire le compagnie dal dover sostenere nei prossimi anni i costi di smantellamento di questi impianti: insomma, un gentile omaggio del governo ai petrolieri.

C'è chi parla di terrorismo ideologico da parte degli 'ambientalisti'. È 40 anni che ci sono queste piattaforme e non c'è stato alcun disastro...
Di incidenti ce ne sono stati, inclusi l’affondamento di una piattaforma, la Paguro, al largo delle coste dell’Emilia Romagna, in cui morirono tre lavoratori. Ma piuttosto che discutere di disastri, sarebbe più utile ragionare dell’inquinamento che queste piattaforme riversano quotidianamente, da anni, nei nostri mari, e di cui quasi nessuno sa nulla. Greenpeace ha ottenuto i piani di monitoraggio di questi impianti dal Ministero per l’Ambiente: 3 su 4 non riescono ad operare entro i parametri ambientali assegnati, riversando spesso in acqua quantità di inquinanti tossici e cancerogeni insostenibili.

Il fatto che l'Emilia Romagna goda di un fiorente turismo nonostante la maggior parte delle piattaforme si trovino nel suo mare fa indignare molti...
L’offerta turistica balneare di quei territori è largamente fondata su servizi e strutture ricettive e d’intrattenimento, più che sulla bellezza dei mari. Con ciò non pensiamo certo che le acque antistanti Ravenna possano essere sacrificate, anzi: chiediamo agli italiani di votare Sì proprio per preservarle. Ma il senso di quanto dico è semplice: se la Romagna ce l’ha fatta a non penalizzare il turismo nonostante le trivelle, questo per altri territori – il Salento, le Tremiti, la Sicilia, la Sardegna – sarebbe semplicemente impensabile.

È vero che fermando le concessioni prima dell'esaurimento dei giacimenti dovremmo importare gas e petrolio trasportandoli con navi e inquinando quindi anche di più?

No, nella maniera più assoluta. Si tratta di tagliare quantitativi minimi in un Paese in cui i consumi di petrolio e gas sono calati, negli ultimi 10 anni, rispettivamente del 33% e del 22%. Per giunta dovremmo farlo non a partire dal giorno successivo al referendum, ma chiudendo queste piattaforme nell’arco di 10 anni. Poi ricordiamolo: il gas, almeno quello, non lo portano le petroliere, arriva in Italia per il 90% con i gasdotti.

E, al contempo, i fautori del NO affermano che perderemmo 21 mila posti di lavoro...
Se è per questo hanno parlato anche di 130mila posti a rischio. È una bufala. Le piattaforme chiuderanno appunto in un decennio, allo scadere della loro concessione come previsto sino a due mesi fa, quando nessuno paventava crisi occupazionali di alcun genere. Gli addetti al funzionamento di questi impianti, secondo il ministro per l’Ambiente Galletti, sono appena 70.

Si sente dire che solo chi non se ne intende voterá Sì, mentre scienziati, ingegneri, geologi sono tutti pro NO...
Falso. È di questi giorni l’appello di 50 eminenti scienziati per votare Sì. Si tratta di personalità competenti nella materia, molto più di quelli che sostengono l’astensione.

Un'ultima domanda: a prescindere da cosa si voterá, perché dovremmo andare domenica ai seggi elettorali?
Innanzitutto per partecipare a una scelta che riguarda tutti, ed è una scelta importante. Siamo chiamati a decidere se fare dei nostri mari un giacimento di fonti vecchie e inquinanti o se preservarlo e valorizzarlo a beneficio del turismo, della pesca, dell’alimentazione, delle comunità costiere. Poi possiamo anche esprimerci sul futuro energetico dell’Italia, se debba essere vincolato a fonti vecchie e inquinanti, che non producono occupazione e arrecano danno alla collettività, o se debba invece passare per le fonti rinnovabili, pulite e rispettose del clima, e l’efficienza energetica. Infine, lo abbiamo dovuto constatare tutti in queste settimane, il petrolio non inquina solo l’ambiente, inquina anche la politica. E si vota anche per questo: per avere una democrazia libera, non più al giogo delle lobby fossili.

Camilla Fava

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